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C’è la Cina che stringe accordi, scambia abbracci e sorrisi, promuove investimenti e cooperazione. E c’è la Cina degli arresti arbitrari, della censura e dell’onnipotenza dello Stato-partito. C’è una sola Cina, ed è bene raccontarne entrambe le facce. Torna attuale, dopo una settimana di salamelecchi italiani per la visita della maxi-delegazione cinese conclusasi con l’entusiastica adesione alla Via della Seta di Xi Jinping, la storia di Michael Kovrig. Non deve sorprendere se il nome non è famigliare. È da un paio di mesi che in Europa, e soprattutto in Italia, di lui non si scrive più nulla. Canadese di 49 anni, Kovrig è il responsabile per l’Asia Nordorientale dell’International Crisis Group, un think tank americano con base a Bruxelles che si occupa di vigilare sulle crisi internazionali, ed ha alle spalle dieci anni di carriera diplomatica diviso fra Pechino, Hong Kong e la sede dell’Onu a New York. Lo scorso 11 dicembre è stato arrestato nel suo appartamento a Pechino con l’accusa di “ledere alla sicurezza nazionale”.

Qualche giorno dopo l’arresto di Kovrig è stato messo in manette un suo concittadino, Michael Spavor, uomo d’affari noto alla cronaca per aver aiutato l’ex star dell’Nba Dennis Rodman a creare contatti con le autorità nordcoreane. Da quel giorno dei due “Michaels”, così li chiama la stampa canadese, non si è saputo più nulla. Solo pochi giorni fa con un comunicato la Commissione centrale per gli affari politici e legali, organo del Partito comunista cinese, ha reso note le accuse contro i due cittadini canadesi. Secondo le autorità tramite Spavor Kovrig avrebbe “rubato e spiato informazioni sensibili e di intelligence cinese”. Una spia, dunque. Non è così che lo descrivono i colleghi e gli amici che con lui hanno lavorato da una parte all’altra del Pacifico in questi anni. E che dal momento del suo arresto, assieme al governo canadese, hanno avanzato dubbi sul tempismo e le motivazioni della retata di polizia. Dieci giorni prima, il 1 dicembre, la direttrice finanziaria e figlia del fondatore di Huawei Meng Wanzhou veniva arrestata a Vancouver, Canada, con l’accusa di frode. Il sospetto che la detenzione dei due cittadini canadesi abbia a che vedere con il “caso Huawei” è più che fondato. Tant’è che gran parte della comunità internazionale ha alzato la voce contro il governo cinese chiedendone l’immediato rilascio.

“Michael è in carcere da più di cento giorni. Non abbiamo accesso a lui, né la sua famiglia o il suo avvocato – spiega a Formiche.net un portavoce dell’Icg – le uniche visite che può ricevere sono dal personale dell’ambasciata canadese, una volta al mese. Non sappiamo neanche il luogo esatto della sua detenzione, per non parlare delle condizioni in cui si trova”. “Spetta alla Cina spiegare le motivazioni della sua prigionia – continua. Anche se non servono grandi calcoli matematici: “Chiunque può trarre conclusioni dalla cittadinanza di Michael e dal tempismo del suo arresto”. Non è certo la prima volta che il governo cinese risponde occhio per occhio a un “affronto” di un governo estero. Come abbiamo raccontato su queste colonne, l’arresto di Meng si è portato dietro una serie di misure “sospette” delle autorità cinesi. Come l’arresto a dicembre della diplomatica canadese Sarah McIver, poi rilasciata. O la condanna a morte, dopo un inatteso ribaltamento del processo giudiziario, del canadese Robert Lloyd Schellenberg, condannato con l’accusa di spaccio internazionale.

Il caso Kovrig però tiene banco da tre mesi e non sembra avviato a una conclusione. Come chiarito dalle autorità cinesi, l’ex diplomatico viaggiava con un semplice visto e dunque non sarà coperto da immunità. L’accusa di spionaggio non va proprio giù ai colleghi, che conoscono Michael come un grande appassionato di Cina (parla correntemente Mandarino) dove ha scelto volontariamente di restare quando gli è stato offerto il trasferimento, abbandonando così la carriera diplomatica. “Possiamo solo dire che tutto ciò che Michael ha fatto per noi lo ha fatto alla luce del sole – ci raccontano dall’Icg – è un esperto della politica estera cinese altamente rispettato. Incontrava regolarmente ufficiali cinesi. Era invitato a prender parte a conferenze dalle autorità cinesi ed era sovente ospite nei media locali. È difficile credere dunque che Michael sia stato arrestato per il suo lavoro con il Crisis Group”.

A nulla è servita la mobilitazione internazionale. Un appello congiunto è stato lanciato dai presidenti dei principali think-tank americani, anch’esso caduto nel vuoto. Di Kovrig non si sa nulla, né sono state fornite prove delle sue accuse. E, fatto che non sorprende chi conosce il sistema giudiziario cinese, non gli è stato concesso un avvocato. “Siamo estremamente commossi e grati del supporto mostrato da diversi Paesi, inclusi gli Stati Uniti, l’Ue, l’Australia, così come dei leader dei principali think-tanks americani – racconta un collega dell’Icg”. Mentre Xi continua il suo tour europeo è bene gettar luce sul rispetto dei diritti umani in Cina, un aspetto che non può e non deve rimanere estraneo alle pur lecite relazioni diplomatiche e commerciali col Dragone e che in questi giorni in Italia è passato in sordina. “Questo arresto arbitrario può solo far scappare gli amici della Cina – conclude il portavoce dell’ong – Michael è uno di questi. Ha deciso di rimanere in Cina al termine del suo tour come diplomatico canadese per il suo amore di questo Paese e della sua cultura. La sua detenzione si oppone all’ambizione della Cina di diventare una potenza sul paloscenico globale”.

(Foto: The Star)

Cina e diritti umani. Il caso Michael Kovrig e il doppiogiochismo europeo

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