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Non è un’arma segreta, ma poco ci manca. Nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, ora che Giorgia Meloni è riuscita nell’intento di fermare gli ingranaggi dei dazi e aprire la via per le trattative tra Washington e Bruxelles, il Dragone è rimasto pressoché isolato. Con tariffe fino al 145% sulle proprie importazioni negli States, Pechino rischia seriamente di dover mettersi a tavolino e ridisegnare la cartina geografica del proprio export. Sempre che nel frattempo non si giunga a una sorta di tregua armata, avvisaglia di un possibile accordo tra prima e seconda economia globale.

Di sicuro, ad oggi la Cina detiene quasi il 10% del debito americano, dietro al solo Giappone, che è il primo detentore mondiale di titoli a stelle e strisce. Quasi 800 miliardi di Treasury, accumulati nella consapevolezza che, nonostante i tentativi della stessa Cina di disarcionare il dollaro dal trono delle valute, oggi il verdone è ancora il baricentro monetario globale. Quindi, nella sostanza, un investimento a basso rischio. Attenzione, Cina e Giappone sono due singole nazioni. Perché, se invece si guarda a ecosistemi più strutturati, come l’Europa, ecco che la classifica si aggiorna.

Ben più corposo e crescente è, infatti, il sostegno al debito Usa che arriva dai Paesi del continente europeo che, complessivamente, detengono circa 2.733 miliardi di Treasuries americani considerando la somma degli stock detenuti da Regno Unito, Lussemburgo, Belgio, Irlanda, Francia, Svizzera, Norvegia e Germania (l’Italia non rientra nella graduatoria dei primi venti sottoscrittori globali del debito Usa). In pratica, all’Europa fa capo circa il 32% del debito Usa sottoscritto da Paesi esteri. Ora, tornando al Dragone, questo è tecnicamente un vantaggio per quest’ultimo.

La Cina potrebbe teoricamente trasformare le riserve di titoli del Tesoro statunitensi in un’arma, vendendole, il che significa che le venderebbe a un prezzo inferiore al loro valore. Così facendo, la Cina, data la quantità di titoli posseduti, svaluterebbe il dollaro statunitense. “Dato che le barriere tariffarie stanno diventando così proibitive da impedire a Cina e Usa di accedere ai rispettivi mercati, l’unica fonte di escalation diventa una sorta di strumento di ritorsione sempre più incisivo, come la vendita del debito statunitense a un prezzo inferiore al suo valore per svalutare il dollaro”, ha affermato Alex Jacquez, responsabile delle politiche e dell’advocacy presso il think tank economico Groundwork Collaborative. “Ciò potrebbe avere conseguenze non solo a livello nazionale, ma anche a livello globale, e davvero impreviste”.

Tuttavia, non è chiaro se la Cina seguirà la strada della vendita di titoli del Tesoro. Una mossa del genere danneggerebbe la Cina altrettanto gravemente, svalutando i suoi asset in dollari e rafforzando lo yuan. Ciò impatterebbe negativamente sia sulla produzione economica globale che quella interna, rendendo le esportazioni cinesi più costose. E poi, in caso di vero scontro, non va dimenticata la potenza globale del sistema finanziario americano. I grandi fondi Usa sono i principali detentori esteri dei debiti pubblici europei. E i rating vengono decisi dalle agenzie, che sono indipendenti. Ma tutte americane.

Nella guerra dei dazi la Cina ha un'arma spuntata contro gli Usa. Ecco quale

Pechino è il secondo detentore al mondo di titoli americani, a livello di singoli Paesi. Una vendita su larga scala potrebbe svalutare il verdone, ma col rischio di farsi male con le proprie mani. E poi gli Usa hanno una potenza di fuoco finanziaria maggiore

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