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Commentare gli exit poll voto in Sardegna in termini politici generali è altamente rischioso. Sia perché le elezioni locali rispondono a logiche territoriali loro proprie, tanto più forti quanto più ci si allontana geograficamente dal centro politico, sia perché gli exit poll si sono dimostrati inattendibili in più occasioni anche nel recente passato. Il rischio, in altre parole, è quello di ritrovarsi fra qualche ora a contraddire quanto si è qui detto.

Fatta la tara di ciò, gli elementi che emergono dai dati diffusi sono sostanzialmente due: il crollo verticale, peraltro atteso, dei Cinque Stelle rispetto alle politiche di giusto un anno fa; la capacità a sinistra di riprendere consenso costruendo un’alleanza elettorale competiva con una formula molto inclusiva e un’immagine che allontani quanto più possibile gli spettri romani del Pd. Il primo dato, se confermato, secondo me non avrà conseguenze politiche nazionali immediate, nemmeno sulla leadership di Luigi Di Maio che non sembra avere al momento un’alternativa spendibile sul campo (almeno d non voler giocare la carta Conte, ma ciò potrebbe rompere i fragili equilibri di governo).

Quanto al centrosinistra, invece, molto dipenderà dal risultato definitivo ufficiale. Se dovesse strappare addirittura la presidenza della regione al centrodestra, come qualche commentatore ha già azzardato, ciò avrebbe un effetto simbolico che travalicherebbe il dato reale e potrebbe costituire il primo puntello per la creazione di un’opposizione a livello nazionale. Opposizione che però non passerebbe per il Pd e avrebbe bisogno per esprimersi di un leader non legato minimamente al passato: una sorta di Zedda nazionale. Sono molto scettico, ma vedremo!

Quanto al centrodestra a trazione salviniana, l’operazione di consolidamento a livello nazionale della Lega continua e prima o poi qualcuno sarà chiamato a sciogliere le contraddizioni del rapporto con Forza Italia, per quanto poco rilevante possa essere oggi il partito di Berlusconi.

Salvini ha ormai completamente oscurato l’immagine di una Lega territorale, ma ha necessità di allargarsi non solo a destra (cioè verso la Meloni) ma anche verso quell’elettorato moderato e produttivo che non andrebbe mai a sinistra ma che oggi capisce che egli ha le mani troppo legate per poterne esprimere fino in fondo le esigenze. Tutto è ancora in movimento, ma, ripeto, per una analisi più seria conviene aspettare ancora qualche ora.

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