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La notte non porta consiglio, almeno sullo spinoso caso della Tav. Il premier Conte, con i vicepremier Di Maio e Salvini, hanno provato a trovare una sintesi tra due opposte visioni: il fronte leghista che spinge per il via libera all’opera, quello pentastellato frenato soprattutto dalle fronde interne al Movimento. Nulla di fatto nel vertice di questa notte a Palazzo Chigi, la quadra non è stata trovata. In ballo ci sono milioni di euro che l’Italia sarà costretta a restituire all’Ue qualora la grande opera venisse fermata.

Ormai sul caso Tav si sa tutto, ciò che invece sembra impossibile sapere è se alla fine la Torino-Lione riuscirà ad essere realizzata. Silente Conte di cui non si conoscono le intenzioni. Della “luce in fondo al tunnel” mancano, al momento, sia la luce che il tunnel. Salvini potrebbe anche ritardare la crisi di governo nel caso arrivasse il niet di Di Maio. Il capo politico del Movimento 5 Stelle deve però guardarsi da un processo di logorio all’immagine del suo partito che dura ormai da un anno, non appena questo governo pentaleghista si è insediato. Salvini ha già pronta l’arma del referendum per chiedere direttamente ai cittadini cosa fare della Tav: un’operazione “win-win”. L’idea è quella di creare le identiche condizioni che portarono Renzi a perdere il referendum costituzionale. Il leader del Carroccio è consapevole che l’intero arco parlamentare è tutto schierato per il via libera alla grande opera, dal Pd a Forza Italia. Isolati i 5 Stelle che dovrebbero sopportare fino alla data del referendum una continua opera di accerchiamento e logoramento da “ultimi dei mohicani”. Proprio come accadde all’ex segretario del Pd sulla riforma costituzionale.

Resta da capire se un eventuale Sì al referendum da parte dei cittadini riuscirà a fare in tempo a salvare l’opera. In caso contrario la Tav non si farà lo stesso, ma Salvini potrebbe comunque avvantaggiarsene politicamente erodendo altri consensi ai suoi alleati di governo. Un quadro che è stato illustrato dettagliatamente a Di Maio, combattuto tra l’assecondare le fronde interne al suo partito e la prospettiva di passare altri mesi sulla graticola da “uomo dei No”. Nessuno dei due leader, né quello del Carroccio e tanto meno il capo politico M5S, vogliono porre fine all’esperienza di governo. Almeno non fino al tagliando delle elezioni europee. Entrambi stanno ora lavorando per trovare una strategia. Nessuno dei due vuole dare la sensazione di aver perso una battaglia: con il no alla Tav Salvini rischia il malcontento dell’elettorato del Nord, ma pure di dare occasioni agli ex alleati di Fi e Fdi di essere venuto meno ai programmi del centrodestra; Di Maio, dopo troppa accondiscendenza nei confronti dell’alleato leghista, avrebbe bisogno di dare una dimostrazione al proprio partito di essere in grado di governare la situazione. Un pareggio, senza sconfitti né vincitori, sembra difficile trovarlo. Ma il “governo del cambiamento” ci ha abituato diverse volte a mosse creative. “Adda passà ‘a nuttata” – diceva il grande Eduardo – e non ci resta che attendere.

Tav. La notte non porta consiglio. L'arma del referendum di Salvini per logorare Di Maio

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