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Durante un’audizione della Commissione per gli Stanziamenti della Camera statunitense, mercoledì pomeriggio, il segretario di Stato, Mike Pompeo, parlando alla sottocommissione per le operazioni all’estero e relativi programmi, ha detto: “È deludente ogni volta che un Paese inizia a impegnarsi in comportamenti commerciali e le interazioni con la Cina che non sono chiare”.

Pompeo parlava in risposta a una domanda precisa avanzata da uno dei deputati presenti, che chiedeva che lettura avesse il capo della diplomazia americana sull’adesione dell’Italia alla Belt & Road cinese.

Eccola: “Ci rattrista perché crediamo che alla fine coloro che perdono siano le persone di quei Paesi” (nel caso: l’Italia), ha continuato: “Al momento può sembrare positivo, si pensa di avere un prodotto a basso costo o costruire un ponte o una strada low cost, ma alla fine ci sarà un costo politico che supererà di gran lunga il valore economico di ciò che è stato fornito”.

Quello del segretario di Stato americano è l’ultimo di una serie di richiami che Washington ha diretto contro l’Italia e collegati alla firma sul documento con cui Roma ha aderito alla Nuova Via della Seta, grande progetto infrastrutturale dal sapore geopolitico di Pechino. Avvisi arrivati sia prima dell’adesione formale, sia durante la visita del presidente cinese, Xi Jinping, a Roma (momento della formalizzazione), sia ancora adesso, a giorni di distanza.

Le nuove critiche, peraltro, sono arrivate nel momento in cui a Washington c’è in visita il vicepremier italiano, Luigi Di Maio, impegnato in incontri istituzionali che sono descritti come positivi, tra cui quello con il segretario al Commercio di ieri e quello odierno con il Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton (l’organismo che dirige Bolton è stato usato dall’amministrazione Trump per indirizzare le critiche formali per l’esposizione che l’Italia avrebbe offerto alla Cina con l’adesione alla Bri).

Pompeo era davanti alla Commissione per parlare del budget che il suo dipartimento chiede per il 2020, e ha aperto il suo discorso, prima delle domande dei congressisti, con una dichiarazione contenente questo passaggio: “Questa richiesta di budget ci aiuterà a raggiungere i nostri obiettivi diplomatici in diversi modi. In primo luogo, faremo in modo che Cina e Russia non possano ottenere un vantaggio strategico in un’era di rinnovata competizione di grande potenza”.

È questo il senso della posizione americana sull’Italia: Washington teme che il governo italiano, con l’adesione alla Via della Seta, stia favorendo Pechino nella competizione globale contro gli Stati Uniti. Americani e cinesi sono al lavoro su grandi negoziati commerciali – spazi dove agli alleati è lasciata libertà di manovra – ma sono in fase di confronto su molti altri dossier. Gli Stati Uniti comprendono che sia necessario fare business con la Cina, ma chiedono coerenza su certi atteggiamenti che possono esporre gli alleati alle influenze politiche del Dragone.

L’Italia, come ha ricordato Di Maio a Ross, rassicura che si tratta soltanto di una decisione di politica economica-commerciale, e non di uno spostamento dell’asse geopolitico storico su cui si è mossa Roma.

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