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Stavolta la Cina non c’entra molto, anche se il metodo è più o meno lo stesso. Paventare dazi pesanti alle importazioni in cambio di un riequilibrio degli scambi commerciali. Donald Trump è pronto a introdurre tariffe del 25% (contro l’attuale 2,5%) sulle auto made in Europe. Questo significa che ogni costruttore che vende i propri veicoli sul mercato Usa pagherà fino al 22,5% in più per continuare ad assicurarsi l’attuale quota di mercato a stelle e strisce. In gioco ci sono cifre importanti: per la precisione i 37,4 miliardi di euro che rappresentano, in base ai calcoli dell’Acea, le vendite 2017 effettuate negli States dai produttori automobilistici comunitari.

A tremare è in particolare la Germania, che in tempi di protezionismo montante sta scoprendo sulla propria pelle come sia un vulnus economico essere così tanto orientata all’export. Gruppi come Bmw, Volkswagen e Mercedes vendono negli Usa 470mila auto: dazi alle stelle costerebbero ai produttori tedeschi 5 miliardi, derivanti da un crollo del 50% dei ricavi negli Stati Uniti. Berlino è d’altro canto convinta che la scelta sarebbe un boomerang capace di distruggere 366mila posti di lavoro tra i concessionari americani a causa del rincaro dei prezzi delle auto (mediamente 2.750 dollari in più) che provocherebbe un calo annuo di 1,3 milioni delle immatricolazioni. A rendere più delicata la questione, ci ha pensato anche Moody’s, l’agenzia di rating che si appresta ad esprimersi sul nostro debito sovrano. Moody’s ha fatto due conti sull’impatto che l’introduzione dei dazi avrebbe a livello globale.

“I dazi sul comparto auto, minacciati dal presidente Usa potrebbero avere significative ricadute per l’ economica globale per 500 miliardi di dollari, distorcendo i prezzi e creando inefficienze”. Questo perché l’impatto “si ripercuoterebbe sulle catene di approvvigionamento globali” col risultato che “il ritmo dell’espansione globale, già indebolito, subirebbe un’ulteriore frenata”. Il ragionamento dell’agenzia fila. I costruttori Ue esportano in tutto il mondo (Volkwagen è il secondo produttore al mondo, tanto per intendersi). Frenare i flussi in entrata negli Stati Uniti vorrebbe dire nei fatti innescare un effetto a cascata su tutti gli altri fronti commerciali. “In seguito all’implementazione delle tariffe”, spiega Moody’s, “i produttori di automobili avrebbero bisogno di aumentare i volumi di costi o di implementarli”. Insomma, se dovesse costare di più esportare auto negli Usa, i costruttori sarebbero costretti a rivedere i prezzi su tutti i mercati.

Le possibilità che questo accada ci sono tutte. Il dipartimento del Commercio Usa ha appena consegnato il rapporto richiesto dalla presidenza Trump sull’introduzione dei dazi sulle importazioni di veicoli e componenti annessi. Il presidente americano avrà 90 giorni per decidere se implementare la misura, peraltro aspramente criticata dagli stessi costruttori automobilistici statunitensi che non vogliono una crisi del settore. E non la vuole, ovviamente, l’Europa. Se il rapporto consegnato a Trump “si traducesse in azioni a danno delle nostre esportazioni, la Commissione reagirebbe in modo rapido e adeguato”, ha subito chiarito ieri un portavoce di Bruxelles. Insomma, un’immediata ritorsione che andrebbe a colpire merci Usa per un controvalore di 20 miliardi di euro.

Sui dazi alle auto Ue Trump si gioca una partita da 500 miliardi. Parola di Moody's

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