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Per molti è un po’ il Texas d’Italia. Per altri semplicemente una regione ricca di energia, idrocarburi su tutti. La Basilicata che ha appena regalato al centrodestra la terza vittoria locale, sancendo al contempo la crisi sistemica del Movimento Cinque Stelle, ha per la verità fornito una terza verità. Che le infrastrutture hanno un potere immenso sulle scelte di voto della popolazione. D’altronde ogni regione, o quasi, ha la sua opera amata o odiata. In Puglia c’è il Tap, in Piemonte la Tav, il Liguria il Terzo Valico e in Basilicata le trivellazioni da parte delle big oil, Total su tutti.

Ognuno di questi fronti ha creato problemi al Movimento, sia a livello locale, sia centrale. La Tav, sulla quale è ancora tutto da scrivere, per poco non manda a casa il governo, mentre sul gasdotto Tap, il terminale grazie al quale l’Italia beneficerà del gas azero, riducendo una volta tanto la sua dipendenza da Libia e Algeria, i grillini hanno dovuto accettare la prosecuzione dei lavori, pena il pagamento di penali altissime oltre a rimediare una figuraccia in mondo visione con i partner del progetto (a luglio dello scorso anno persino il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva garantito a Baku, capitale azera, il completamento del Tap). Naturalmente la base pentastellata pugliese si è rivoltata contro i vertici del Movimento, con tutte le conseguenze del caso.

In Basilicata, dove viene estratto il 14% del gas italiano e l’80% del petrolio tricolore, le cose sono andate più o meno allo stesso modo, anche se non sono mancate le varianti. Poche settimane fa il governo, per mano del ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha bloccato per 18 mesi (qui l’intervista al presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli) le perforazioni nello specchio di Mar Ionio antistante la Basilicata, che il ministero dello Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio aveva inizialmente permesso, salvo poi fare dietrofront. Morale, per i prossimi 16 mesi le compagnie petrolifere che cercano idrocarburi nello Ionio dovranno starsene ferme, in attesa che il governo metta mano a un riassetto generale delle concessioni.

La questione deve inevitabilmente aver avuto il suo impatto sul voto lucano (Total nell’entroterra, ha in programma importanti trivellazioni nel sito di Tempa Rossa). La Lega ha per esempio fatto molto leva sulla necessità di sviluppare e portare avanti la ricerca di energia, come aveva chiarito lo stesso Matteo Salvini, alla vigilia del voto, lo scorso 16 marzo. “Sul petrolio non si può tornare indietro, non possiamo fermare tutto”, aveva detto il leader del Carroccio. Ci sono poi i numeri che non devono aver lasciato indifferenti i chiamati al voto, nella fattispecie questi: dal 2018, grazie alle royalties pagate dalle compagnie petrolifere (Eni in testa) per le concessioni petrolifere, nelle casse della Regione sono arrivati 2,2 miliardi. Un tesoro che ha consentito ai lucani di usufruire di importanti sgravi fiscali e alla Regione di investire con forza su trasporti, sanità e istruzione.

Lo stesso Gaetano Quagliariello, leader di Idea-Un’Altra Basilicata che sosteneva il centrodestra, aveva sottolineato giorni fa come “la priorità è uscire da un sistema di controllo clientelare per passare a un modello di sviluppo da applicare a ogni ambito strategico, iniziando dal petrolio rispetto al quale bisogna smetterla di procedere per marchette e pensare invece a come farne un elemento di sviluppo e di rilancio dell’occupazione per tutta la Regione”.

Non stupisce quindi che il nuovo governatore della Basilicata, Vito Bardi, abbia costantemente sostenuto durante la sua campagna elettorale la necessità di non fermare la ricerca di idrocarburi. Addirittura, auspicando che le royalties versate dalle compagnie per lo sfruttamento del territorio (peraltro in scadenza e dunque da rinegoziare a breve) vadano a sostegno degli investimenti in infrastrutture. Insomma, le società del petrolio cercano idrocarburi, versano miliardi nelle casse dello Stato e la regione ne guadagna in alleggerimento fiscale. Tutte cose che il Movimento Cinque Stelle non sembra aver capito, ma forse i lucani sì.

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