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La road map libica delle Nazioni Unite procede e mette a segno un risultato importante sulla strada che dovrebbe condurre il Paese a nuove elezioni. La conferenza nazionale invocata da tempo dall’inviato speciale Ghassan Salamè ha ora una data e un luogo preciso. Si terrà nella località occidentale di Ghedames, al confine con la Tunisia e l’Algeria dal 14 al 16 di aprile. E da quest’ultima novità all’annuncio dell’incontro all’accordo tra Fayez al Serraj e Khalifa Haftar per la creazione di un governo transitorio, la situazione pare trovare un modo di allentare il “cappio” che il generale della Cirenaica aveva stretto intorno alla capitale nelle ultime settimane. “È indubbio che ci sia una volontà da parte di entrambi (Haftar e Serraj) espressa anche durante il viaggio negli Emirati Arabi di trovare una soluzione”, ha dichiarato Federica Saini Fasanotti, analista della Brooking Institution in una conversazione con Formiche.net. E ancora:“Vedremo come questa cosa sarà accettata dagli attori sul campo. E bisogna anche capire se la mossa di Haftar nel Fezzan verso la Tripolitania sarà poi propedeutica per le altre milizie per far loro accettare queste nuove condizioni”.

Poco prima dell’annuncio della data della conferenza nazionale era arrivata la conferma da parte del ministro degli Esteri francese di un accordo tra Serraj e Haftar per la costituzione di un esecutivo transitorio in Libia. Cosa ne pensa?

Le carte per questo accordo stanno girando da un po’. L’esecutivo dovrebbe essere ridotto da nove membri a tre. La volontà dunque dovrebbe essere questa, anche se per quanto ne so nel governo non ci sarebbe Haftar che invece si collocherebbe a capo delle Forze armate. Bisogna però considerare che è sempre tutto molto vago quando si parla di Libia…

L’avanzata di Haftar a Tripoli cosa comporterebbe per i francesi?

Per loro è l’ideale. Vorrebbero che Haftar stringesse le redini sul Paese, hanno puntato su di lui come bilanciatore delle varie forze sul terreno. Io però sono sempre molto attenta a non dare per certi avvenimenti di questo genere.

Per quanto riguarda gli interessi economici e commerciali?

Senza dubbio per la Francia la conquista di Tripoli da parte di Haftar sarebbe una buona notizia anche per quanto concerne accordi per la ridistribuzione energetica del Paese. Potrebbero in questo senso dare uno scossone all’Eni, anche se siamo sempre sul terreno della fantapolitica per quanto mi riguarda. Nel Paese le cose sono molto più complesse. I rapporti dell’Eni con i libici sono ottimi, questo è ben radicato in tripolitania, anche attraverso offshore e si sta espandendo verso l’Egitto. Dunque in realtà non vedo problemi in questo senso. Quantomeno al momento.

A proposito di Eni, in questa nuova fase come si inserisce il ruolo dell’Italia?

Sono convinta che dal punto di vista diplomatico i rapporti tra Francia e Italia sono migliori di quanto possa sembrare. Un conto sono le grandi boutade dei politici e un conto è quello che si fa realmente sul terreno attraverso la diplomazia. Ho avuto una discussione con un nostro diplomatico la scorsa settimana a Washington su questo argomento, nella quale ho sottolineato la grande differenza tra la diplomazia e la politica. Quest’ultima sicuramente in questo momento non sta facilitando la gestione dei rapporti in Libia tra Francia e Italia. E ovviamente con una Francia che ha un peso così forte in Africa, soprattutto nei Paesi che circondano la Libia, avere dei rapporti tesi non facilita. Capisco certi fastidi per alcune politiche sbagliate che risalgono agli accordi di Dublino, ma andare di gamba tesa non è mai costruttivo.

Gli Stati Uniti cosa stanno facendo sul territorio?

Gli Stati Uniti stanno facendo poco perché l’amministrazione Trump, sbagliando, è poco interessata al dossier. E questo vuoto lasciato dagli Usa viene sempre più colmato da attori come la Cina e la Russia e questo non va bene. Ricordiamo la base militare americana in Libia, la Wheelus, che poi fu smantellata con l’arrivo di Gheddafi, e che era, all’epoca la più grande che gli americani avessero al mondo. Questo fa comprendere l’importanza strategica del territorio per gli Usa, non era un caso che gli statunitensi avessero quella base. Il fatto che gli Usa non ci siano in Libia e che continuino solamente operazioni di carattere antiterroristico non basta.

Cosa invece potrebbero concretamente fare?

Potrebbero invece avere un ruolo veramente fondamentale. Sia a livello diplomatico, per sedare le tensioni tra i veri attori esterni, sia per un ruolo concreto nell’area. Se solo aprissero l’ambasciata, per esempio, non farebbero una cosa sbagliata. Anche perché un contro è agire da Tunisi e un altro è farlo da Tripoli. Auspico in una maggiore attività statunitense in questo senso, però al momento non ci credo. Sarei stata più positiva a riguardo se ci fosse ancora il segretario James Mattis alla Difesa. Tutto il lavoro che abbiamo condotto anche noi come Brookings era nato proprio da una sua richiesta. E sapeva anche che qualche sporadica operazione di carattere prettamente militare sul territorio era solo un palliativo e che sarebbe servita una strategia onnicomprensiva.

libia, social, haftar

Vi spiego cosa può portare la conferenza tra Serraj e Haftar. La versione di Fasanotti

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