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La situazione politica dell’Italia è ormai giunta ad una fase specifica di maturazione che prelude a nuove evoluzioni, non del tutto imprevedibili e non necessariamente catastrofiche. I bilanci oggettivi si faranno, ovviamente, solo dopo le europee, mentre l’accaduto si può già misurare. Il nucleo essenziale di questo primo anno di Legislatura, nato – come ben ricordiamo – da un tripolarismo strutturalmente inconciliabile, è stato contrassegnato dall’alleanza gialloverde, vale a dire dal “contratto programmatico” stipulato dopo le elezioni e per necessità di cose dai due partiti che avevano guadagnato i maggiori consensi. Un tempo si sarebbe chiamato “compromesso”, mentre oggidì ha assunto maggiore favore l’altra definizione retorica, sebbene concettualmente equivalente.

D’altronde, nove mesi fa Matteo Salvini e Luigi Di Maio fecero bene a prendere l’unica via che restava aperta per evitare un aberrante e, in quel momento, inutile ritorno alle urne, dopo il massacro di una crisi post-elettorale mal gestita e piena di dilettantesca pusillanimità.

Ora, però, lo scenario è cambiato. Intanto, nel breve periodo temporale intercorso, sono affiorate tutte le enormi contraddizioni esistenti tra i due soci di maggioranza: incompatibilità che soltanto la defatigante abilità mediatica dei due capi è riuscita parzialmente a camuffare. Il momento culminante di questa condizionata scarsa coerenza si è apertamente svelata in occasione della presentazione della legge di Bilancio a dicembre. E adesso, nella fase attuativa, le culture opposte in substantiis sono diventate inesorabilmente esplosive, lasciando Conte in uno stato di stravagante imbarazzo istituzionale.

La Lega e il suo capitano sono sicuramente il grande interprete del sentire conservatore nazionale odierno. D’altronde, un populus come il nostro – e Berlusconi ha ragione nel ricordare l’accezione positiva del termine – che vuole vedere espressa maggiormente la propria identità comunitaria, che vuole vedere salvaguardata la propria sicurezza personale e familiare, chiedendo un ethos essenzialmente giustificato in se stesso, ambisce ad avere anche una solida defiscalizzazione e una radicale riduzione del centralismo, il tutto accompagnato dalla realizzazione infrastrutturale di quanto solo può permettere lo sviluppo di un’economia senza materie prime fondata su creatività, lavoro, ambizione, ingegno e tanto export.

Liberalismo? Democrazia? Non saprei dire. Poco conta nel concreto, a dire il vero. Di certo la Lega miete i consensi che furono del centrodestra a trazione Berlusconi, che sarebbero stati di tutto il centrodestra unito, se avesse avuto i numeri per governare insieme, e che, ancor più e meglio dei poteri amministrativi in atto, potrebbero essere l’anima forte del centrodestra politico di domani. Si tratta, insomma, di ciò che da sempre gli elettori moderati vogliono vedere realizzato, e che adesso ha la sua occasione in Matteo Salvini, che di difetti ne ha tanti, come ognuno di noi, ma non la fatalità di non essere un politico, di essere un delfino di Berlusconi, un bullo eccedente e mancante di carattere.

Tutto chiaro, insomma, tranne un punto delicato e quantomai decisivo. Che ci azzecca tutto questo con il M5S? La risposta è semplice: proprio nulla. Il nodo gordiano che stringe e allenta la presa su Salvini, cominciando dal voto della prossima settimana sull’autorizzazione a procedere, sta tutto qui. Se, difatti, egli fa bene a non mettere in discussione l’alleanza con Di Maio prima che sia declinata, è pur vero che deve evitare di incollare eccessivamente se stesso e la Lega al destino incidentale della Casaleggio Associati e della piattaforma Rousseau.

Prima gli italiani, sicuramente, ma prima ancora logica e amor proprio, per favore. Essere contrari alla Tav, essere ostili alle industrializzazioni, essere totalmente estranei al senso storico del berlusconismo – sottolineo storico – e soprattutto essere favorevoli ad una visione assistenziale del welfare, fondato su un’immorale improduttività giustizialista e pseudo ecologista, fatta di spese e sussistenza senza lavoro, com’è e recita in sé il reddito di cittadinanza: questo è quanto assolutamente nessuna cultura conservatrice e nessuna politica liberale potrà mai e poi mai accettare.

E bisogna dare atto a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni di avere pienamente colto la ratio di questa animosità antropologica verso i grillini che è tipica dell’elettore di destra: non a caso, i consensi crescono molto anche da quelle parti. D’altronde, è sciocco rimproverare ad un politico di fare esattamente l’unica cosa sensata che può fare. E, probabilmente, per Salvini finora è stato necessario mantenere in vita con intelligenza questo esecutivo, dimostrando di saper essere uomo di governo, con le credenziali populiste e le occorrenze specifiche che sapeva di poter avvalorare.

Ma adesso basta: l’alleanza gialloverde ha fatto il suo tempo. E poiché i danni per l’economia e il Paese, aggravati dalle aberranti e rapsodiche boutade sinistriste del ritornato Di Battista, affievoliscono sempre di più la nostra reputazione nel mondo, sarebbe l’ora per Salvini di chiudere la carnevalata di disinvolta mediocrità pseudo rivoluzionaria che i grillini hanno retoricamente introdotto negli alti scranni del governo, tornando a lavorare per un centrodestra compatto, serio ed organico.

Il resto si chiama grande centrosinistra o “siamo europei”. Un progetto magari molto interessante, ma che gioca una partita diversa: un piano che mira altrove, essendo ciò che, arrogante o nobile che sia, al pari dei 5 Stelle, un centrodestra italiano deve combattere e cercare di collocare o lasciare essere incessantemente all’opposizione.

Venezuela governo giallo-verde

Vi racconto il salubre declino dell’alleanza gialloverde

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