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Da giovedì la vicenda da romanzo che sta catturando l’interesse degli americani è il ricatto contro Jeff Bezos, fondatore e capo di Amazon, proprietario del Washington Post, centosessanta miliardi di patrimonio stimato che lo fanno essere secondo Forbes l’uomo più ricco del mondo.

Le parti evidenti della storia le ha raccontate lo stesso Bezos con un post scritto sulla piattaforma di condivisione Medium: l’America Media Inc. (Ami), una società editrice di tabloid di proprietà di un affarista spregiudicato (David Pecker), avrebbe cercato di ricattare il miliardario chiedendo che in cambio della non pubblicazione di alcune foto di nudo di cui era entrato in possesso il National Enquirer (uno dei tabloid Ami) il WaPo interrompesse la copertura giornalistica su Pecker e sullo stesso Enquirer – invischiati in un paio di storie dubbie, una che riguarda il pagamento dell’esclusiva a una pornostar che dichiarava di essere andata a letto con il presidente Donald Trump, e altre che riguardano attività di lobbying non troppo chiare a favore del governo saudita.

Come in tutte le storie che stanno sotto i riflettori, alle spiegazioni di Bezos si aggiungono via via dettagli rivelati dai media americani – non sempre importanti – e vari commenti, opinioni e speculazioni. Una di queste, la più succosa, gira attorno a una dichiarazione fatta da Gavin de Becker in un’intervista concessa allo stesso Washington Post venerdì (uno dei dettagli favolosi della storia è che invece Bezos non ha concesso un’intervista al WaPo, giornale di cui è proprietario, e glielo ha fatto comunicare dall’ufficio relazioni esterne di Amazon).

De Becker è un personaggio centrale della vicenda: è a capo di un’agenzia di intelligence privata che fa analisi per governi e grandi società, tra cui Amazon di cui gestisce la sicurezza. Bezos e De Becker hanno rapporti da molto tempo, l’ha spiegato lo stesso Bezos, e per questo lui gli ha affidato l’incarico di scoprire come avesse fatto il National Enquirer a ottenere degli sms privati che il miliardario si è scambiato con la sua amante Lauren Sànchez.

La relazione non è segretissima, Bezos a gennaio ha annunciato il suo divorzio miliardario (alla moglie andrà più o meno la metà delle quote di Amazon, e dunque non stiamo parlando solo di una separazione ma di un una specie di corporate separation, potenzialmente con effetti sul mercato finanziario globale), e da quel momento l’Enquirer ha iniziato a cercare indiscrezioni pesanti su Bezos, pubblicando alcune foto paparazzate (è il lavoro di un tabloid) e poi alcuni di quei messaggi privati: tra questi ci sarebbero quelle foto di Bezos nudo scambiate via chat con Sanchez e ancora non uscite, che sono il prezzo del ricatto.

Bezos ha raccontato di essere rimasto stupito di come quei messaggi fossero finiti in mano al tabloid, e per questo ha chiesto a De Becker di indagare. E lui ha spiegato al WaPo: non pensiamo che abbiano hackerato il telefono di Bezos o di Sanchez, ma che sia possibile che un’agenzia governativa abbia intercettato i suoi messaggi. Punto di vista confermato poi dai legali del miliardario. E questo è il dettaglio enorme che potrebbe trasformare la storia dal ricatto “catch&kill” classico con cui l’Enquirer gioca con i personaggi dello showbiz in una faccenda da intrigo internazionale. Perché l’uomo più ricco è stato intercettato da una qualche agenzia governativa che ha poi passato le informazioni a un tabloid che lo avrebbe ricattato o ne avrebbe cercato di ledere l’immagine?

Bezos è un personaggio molto esposto, e – come lui stesso ha ammesso – la proprietà del Washington Post è un elemento “complexifier”, che gli complica le cose, creandogli diversi nemici perché ci sono persone esposte agli articoli giornalistici del WaPo che la prendono come una questione personale. De Becker dice che dietro al ricatto contro Bezos potrebbero esserci “motivazioni politiche”, e si sa per esempio che Trump considera il giornale e il suo proprietario come dei rivali perché quella che esce dal Post è una copertura di amministrazione e presidenza  non asservita. All’opposto, Trump è un amico di Pecker, e l’Enquirer è una rivista che copre di sponsorizzazioni l’attuale Casa Bianca.

Altro argomento: al National Enquirer sono piuttosto nervosi perché il WaPo aveva indagato su alcune relazioni del tabloid con i sauditi. Sembra infatti che la rivista di Pecker abbia avuto un ruolo non dichiarato nel diffondere azioni di lobbying e soft power per il regno, contro cui invece il giornale di Bezos sta conducendo una crociata perché quattro mesi fa alcuni uomini dei servizi segreti inviati da Riad hanno attirato il giornalista saudita Jamal Khashoggi (fondista di punta del Post) dentro al consolato di Istanbul del suo paese e lo hanno fatto a pezzi – forse su indicazioni dell’erede al trono, che vedeva l’editorialista come un nemico del corso del potere che incarna.

Trump ha un rapporto speciale con i sauditi (per esempio ha protetto il regno sul caso Khashoggi) ed entrambi hanno in Bezos una specie di nemico. Per ora non c’è niente di più: eventuali collegamenti emergeranno via via dalle indagini. Ci sono soltanto le allusioni di De Becker (che arrivano dalle sue indagini, di solito affidabili), e le speculazioni con cui interpretare questa storia come qualcosa in più di una vicenda da tabloid. Secondo un legale di Bezos l’Enquirer (che ha pubblicato i primi sms il giorno dell’annuncio del divorzio) avrebbe avuto una soffiata da parte di qualcuno vicino alla coppia Bezos-Sànchez, forse il fratello di lei, simpatizzante di Trump, che però ha detto al WaPo di non saperne niente, sebbene ha raccontato qualcuno della Ami gli ha anticipato confidenzialmente la pubblicazione dei messaggi. Un’azione che gli avevano spiegate aveva l’obiettivo di colpire Bezos “per far contento Trump”, dice il fratello dell’amante di Bezos.

 

 

amazon, web

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