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Sull’Afghanistan, anche in questa fase delicata, l’Italia sarà “responsabile” di fronte agli alleati e agli impegni presi. Seppur incentrata sul tema dei sindacati militari, l’audizione del ministro Elisabetta Trenta in commissione Difesa alla Camera ha visto inevitabilmente molte domande orientarsi sul tema caldo di questi giorni: l’impegno dei soldati italiani nel territorio afgano e le prospettive di ritiro.

LA SITUAZIONE IN AFGHANISTAN

“Non ho mai rifiutato nessun confronto su nessuno degli argomenti che mi vengono posti; credo mi sia arrivata una richiesta di intervenire sulla questione dell’Afghanistan, lo farò molto presto e con piacere”, ha spiegato il ministro Trenta interrogata sull’annunciata valutazione di un eventuale ritiro. “Non voglio anticipare nulla – ha aggiunto – piacerebbe anche a me avere una situazione molto più chiara di quello che sta succedendo sul terreno”. Per questo, “siamo a contatto quotidianamente col personale, coi comandanti che abbiamo in Afghanistan, a Herat, a Kabul, e le informazioni che arrivano, anche da parte loro, non sono precise, perché neanche gli statunitensi hanno informazioni precise”.

IL FATTORE STATI UNITI

Così, “questo è il quadro nel quale ci si muove”, e su cui il ministro ha dato disposizione al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare un ripiegamento di tutti i 900 soldati attualmente dispiegati in Afghanistan. Sebbene la Difesa abbia previsto un orizzonte temporale che “potrebbe essere di dodici mesi”, non ci sarà nessun ritiro immediato. “Ci sono delle elezioni che si dovevano svolgere in primavera, e che si svolgeranno probabilmente più avanti – ha spiegato la Trenta – in questa fase di passaggio è importante essere presenti”. Eppure, sulle scelte italiane peseranno in modo importante le mosse degli Stati Uniti di Donald Trump, che ha annunciato un dimezzamento della presenza già prima di Natale e festeggiato la scorsa settimana il deal raggiunto con i talebani. “Non cambia poco nel rimanere presenti in un’area se ci sono gli Usa o non ci sono: questo potrebbe costringerci a fare delle scelte molto più veloci di quelle verso cui ci stiamo avviando”, ha aggiunto il ministro in commissione a Montecitorio.

NON FACCIAMO SPECULAZIONE POLITICA

Ciò significa, come la Trenta ha assicurato a più riprese, che l’Italia concerterà le sue mosse con gli alleati. “Non vorrei mai dare il messaggio di un Paese non all’altezza dei suoi compiti; l’atteggiamento che abbiamo sempre avuto coi nostri alleati è un atteggiamento di responsabilità”, ha aggiunto oggi. D’altra parte, “anche rispetto ai primi 100 uomini in procinto di essere ritirati (non so se siano già stati ritirati tutti), lo stiamo facendo progressivamente, man mano che gli altri Paesi ci danno personale che comincia a lavorare con gli italiani che stanno a Herat; non stiamo in nessun modo facendo mancare il nostro appoggio in questa fase”. Poi, un invito ai parlamentari: “È meglio non leggere le ricostruzioni di stampa e vorrei anche che sulle missioni internazionali non si facesse speculazione politica, perché è un tema sul quale sarebbe auspicabile che ci fosse consenso”.

I SINDACATI MILITARI

Il dibattito sull’Afghanistan non ha comunque distolto l’attenzione dal tema dell’audizione: i sindacati militari. A inizio gennaio, il ministro ha riconosciuto il primo sindacato militare, promettendo “molto presto” un provvedimento normativo sul tema. Già a ottobre, la Trenta aveva emanato la circolare per la costituzione di associazioni sindacali militari, facendo esplicito riferimento alla sentenza del precedente aprile con cui la Corte Costituzionale aveva giudicato incostituzionale il divieto per le Forze armate (previsto dall’articolo 1475 – comma 2 – del Codice di ordinamento militare) di costituire associazioni professionali a carattere sindacale.

IN ATTESA DELLA LEGGE

In attesa della legge, ha specificato il ministro in commissione, “le associazioni sindacali che hanno ricevuto l’assenso ministeriale non hanno potere negoziale”. Tali associazioni, ha precisato, “possono fare tutto quello che fa un’associazione (parlare e affrontare alcuni temi) e possono anche essere chiamate in audizione (come saranno chiamate anche le rappresentanze), perché non è una fase negoziale, ma una fase in cui possono già esprimere il loro parere”. Poi, “nel momento in cui la legge sarà conclusa”, i sindacati militari (più formalmente, le associazioni professionali a carattere sindacale del personale militare) “entreranno nel pieno possesso delle loro facoltà”.

NON INSIEME AI SINDACATI CIVILI

Si tratterà in ogni caso di “sindacati interni”, visto che la stessa Corte Costituzionale aveva mantenuto il divieto per i militari di “aderire ad altre associazioni sindacali”. E infatti, ha rimarcato il ministro Trenta, “i sindacati militari non possono essere confederati con i sindacati civili”. Perciò “ci dev’essere un’opportuna separazione, ma questo non significa che non si possa dialogare su alcuni temi che possano essere di interesse”. In altre parole, ha detto concludendo, “non c’è un limite alla possibilità di confronto, non credo nemmeno che potrebbe essere apposto per legge, ma non ci deve essere nessun collegamento tra i sindacati”.

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