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Ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riconosciuto il capo dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó come legittimato ad autoproclamarsi presidente al posto del dittatore Nicolas Maduro, e lo ha fatto immediatamente dopo l’uscita pubblica del 35enne guida delle proteste anti-regime. La dichiarazione di Trump, seguita da una analoga del dipartimento di Stato (che ha anche annunciato che i diplomatici americani resteranno a Caracas, per il momento) e anticipata da una presa di posizione simile del vicepresidente, Mike Pence, dimostra – quanto meno per rapidità e pattern – che il dossier venezuelano è in discussione a Washington.

E già questo è un argomento. Trump, il leader dell’America First, la dottrina con cui il presidente vuole mettere l’America in una posizione più protetta rispetto agli affari generali del mondo, ci fa capire che il regime change in Venezuela è un argomento di proprio interesse. Con una spinta quasi globalista, molto simile a quell’interesse storico con cui gli Stati Uniti hanno veicolato i processi sudamericani, considera la questione una priorità di interesse nazionale americano (potenzialmente, avesse fatto un altro un’uscita simile, sarebbe stata criticata dai filosofi del trumpismo come ingerenza nelle dinamiche interne di un altro paese, ma ci sono ruoli globali da cui l’America non intende ritirarsi del tutto).

L’appoggio americano alla rivolta contro Maduro è un elemento centrale in questa fase, perché dà a Guaidó la più pesante delle coperture politiche internazionali, e anche economiche: il riconoscimento potrebbe sbloccare i fondi venezuelani congelati negli Stati Uniti per effetto delle sanzioni contro Maduro. Inoltre rapidità e sistema fanno pensare che ci sia qualcosa di più del semplice sostegno pubblico, ossia che l’opposizione abbia quanto meno un canale di comunicazione e contatto con gli Stati Uniti (Guaidó per esempio, non era una star del firmamento politico internazionale fino a una mesata fa, e la sua ascesa istantanea potrebbe essere frutto di una qualche pianificazione precedente).

Nelle scorse settimane, prima era stato il capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, poi il segretario di Stato, a ricordare che per Washington l’unico organo statale legittimato in Venezuela è Assemblea nazionale, eletta dai cittadini nel 2015 e presieduta da Guaidó dai primi di gennaio – l’Assemblea, per decreto presidenziale, era diventato un contenitore svuotato dei poteri proprio perché in mano alla minoranza. All’inizio del mese Maduro aveva giurato per il suo nuovo mandato, annunciando che temeva che gli americani avrebbero imposto una loro “marioneta” alla guida del paese, perché la Casa Bianca stava pensando a un colpo di stato ai suoi danni.

Il voto presidenziale su Maduro del 2017 è disconosciuto dagli americani, perché considerato fraudolento. Le uscite pubbliche americane di queste ultime settimane sono una posizione forte che ha sicuramente iniettato coraggio al leader dell’opposizione, dopo mesi in cui le proteste sembravano aver allentato vigore e compattezza.

Di più: Trump ha anche chiesto ai governi alleati occidentali di prendere la sua stessa posizione (il Canada dell’ultra liberal Justin Trudeau s’è già mosso in questo senso e lo stesso ha fatto il Brasile dell’alleato trumpiano Jair Bolsonaro). Ed è un altro aiuto enorme che Washington dà a quella che Pence ha definito ieri una rivoluzione “giusta” a cui dare completo appoggio perché è anche un interesse di sicurezza nazionale per gli Usa – Pence ne ha parlato sul Wall Street Journal, giornale che fa spesso da voce del trumpismo più ragionato, ed è oltretutto un media interessato a certe dinamiche perché il Venezuela è un pozzo enorme di risorse energetiche (e dunque un paese potenzialmente ricchissimo e da monitorare, se non fosse per il regime socialista che lo ha ridotto letteralmente alla fame).

Maduro dice di poter contare ancora su due paesi chiave nel sistema delle Nazioni Unite, Cina e Russia, membri permanenti al Consiglio di Sicurezza. Mosca e Pechino in effetti non disconoscono il governo del dittatore venezuelano, ed è del tutto probabile che il dossier sarà usato come elemento di confronto con gli Stati Uniti da quelle che il documento strategico sulla sicurezza nazionale americana uscito lo scorso anno definiva “rival powers” globali e che l’intelligence nel suo vademecum strategico considera come minacce principali. Con cinesi e russi (che hanno detto che un qualsiasi intervento americano nel paese sarebbe “catastrofico”), ci sono anche Iran e Turchia (il presidente Recep Tayyp Erdogan oggi ha chiamato Maduro “fratello).

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