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Il denaro ha diverse forme. Di un tunnel, di una ferrovia, di una motrice. Ma anche qualcosa di molto più astratto: credibilità, affidabilità, reputazione. Non proprio bazzecole per un Paese che dovrebbe fare proprio della reputazione il suo credo. Con 2.300 miliardi di debito pubblico, di cui 400 da collocare ogni anno per evitare di chiudere scuole e ospedali, godere della fiducia degli investitori all’estero è un obbligo, non certo una scelta. Ma pare non essere così. Chi ha quantificato il costo del non fare la Tav con un importo preciso, sta commettendo un errore, perché forse non sta tenendo conto di tutta un’altra serie di variabili che sommate alzano l’asticella del conto.

Ci ha pensato il Centro Studi di Confindustria a tentare di ristabilire il giusto prezzo. In uno studio (qui il documento) pubblicato oggi, nel giorno in cui la Francia ha sbloccato i bandi Telt da 2,3 miliardi (per parte italiana sono stati invece congelati per sei mesi), gli esperti di Viale dell’Astronomia coordinati da Andrea Montanino hanno allargato lo spettro dei costi per il Paese derivanti da uno stop definitivo alla Tav. Il senso dello studio di Confindustria non a caso denominato “Oltre l’Analisi Costi-Benefici per la Tav”, è chiaro. L’analisi costi-benefici su cui poggia l’attuale posizione del Movimento Cinque Stelle verso la Tav, non coglie in pieno tutti i costi di un no alla Tav. Naturale dunque che i benefici derivanti dallo stop possano alla fine risultare superiori. Bisogna, insomma, fare un po’ di chiarezza.

“La rinuncia alla Tav Torino-Lione comporterebbe potenziali danni a carico dell’Italia che andrebbero oltre i costi diretti e indiretti: bisogna considerare i costi di reputazione, i danni d’immagine e di credibilità dell’intero sistema Paese”, premette lo studio del Csc. “Quest’ultimo aspetto, in particolare, tenderebbe a disincentivare eventuali investitori interessati a finanziare progetti importanti. La rilevanza di un’opera come la Tav va oltre il mero calcolo economico e include, tra gli altri, anche aspetti legati alla sostenibilità ambientale, alla competitività territoriale, agli effetti di agglomerazione sulle economie locali, all’impatto reputazionale”.

Di qui una constatazione. “La sola Analisi costi-benefici appare limitativa e in molti casi può scoraggiare la realizzazione di progetti infrastrutturali importanti. Servirebbero, dunque, analisi più ampie come quelle di impatto macro, analisi di equilibrio economico generale o l’analisi multi-criteri”. In generale, e con poche eccezioni chiarisce Confindustria, “in Italia le valutazioni dei progetti sono uno strumento poco e non adeguatamente utilizzato come aiuto alle decisioni pubbliche. All’estero la situazione è diversa: in alcuni Paesi (Uk, Svezia, Francia, Germania, Olanda) esistono linee guida che sono rispettate e limitano, in parte, la discrezionalità nella scelta. Esistono organi indipendenti che garantiscono il rispetto delle procedure e che, nel contempo, rassicurano gli investitori, i quali hanno la certezza che le regole e gli impegni non cambiano al mutare dei governi”.

Viale dell’Astronomia si spinge se possibile ancora più in là. Paventando con lo stop alla Tav, una parziale compromissione degli equilibri industriali tra Italia e Paesi membri. “I rapporti all’interno dell’Unione si basano sull’ipotesi che le decisioni che un governo prende in materie che riguardano la convivenza europea vengano rispettate anche nel caso di cambi di governo. Se passasse l’idea che l’Italia è un Paese dove i governi che si succedono possono rivedere gli accordi internazionali, questo ci porterebbe a un immediato isolamento in molti altri campi. Cosa che, per un’economia che dipende per oltre il 30% del suo Pil dall’export e non ha una dimensione economica, politica e demografica sufficiente per giocare sullo scacchiere internazionale un ruolo autonomo, significherebbe il declino”.

Sulla Tav Di Maio non ha fatto bene i conti. Parola di Confindustria

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