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L’atteggiamento è quello cauto, di chi fiuta aria di tempesta ma senza andare nel pallone. Il giorno dopo la presentazione del piano industriale di Carige (qui l’articolo con tutti i dettagli), tra i lavoratori della banca ligure prevale quella sensazione che è un po’ un misto tra speranza e delusione. D’altronde, finalmente, i numeri ora sono sul tavolo, incluso il prezzo sociale del salvataggio dell’istituto.

L’aumento di capitale è lievitato del 57% passando da 400 a 630 milioni, operazione alla quale seguirà una profonda pulizia di bilancio. Ma il nocciolo è nel piano di ristrutturazione dell’organico e della rete, decisamente più severo, al punto di aggiungere altri cento sportelli all’elenco di quelli in chiusura e far balzare i dipendenti in uscita dai 450 già contrattualizzati a 1.250 tra esodi concordati e prepensionamenti. Nessuna macelleria sociale, sia chiaro ma un evidente ridimensionamento dell’istituto che passa dai 4.060 addetti di fine 2018 a 3.010 nel 2023 (sono previste 200 assunzioni entro il 2023). Non stupisce dunque se dalla Fabi, il principale sindacato del credito in Italia, sulla vicenda Carige ci va coi piedi di piombo. Banca salvata (forse, visto che gli attuali azionisti devono ancora sciogliere le riserve sull’aumento) ma a che prezzo?

Riccardo Garbarino, che in Carige rappresenta la Fabi, non nasconde un certo malessere dinnanzi al piano che porta da firma dei commissari Pietro Modiano, Raffaele Lener e Fabio Innocenzi. “Al momento siamo molto preoccupati perché non sembrano essere stati fatti passi in avanti. Sì, è stato presentato un piano industriale e allora? Ci sono delle cifre, ma mancano le istruzioni d’uso. Dove si andrà a ridimensionare la banca e in che tempi? I commissari hanno dato degli obiettivi ma senza dirci come raggiungerli”, spiega il sindacalista a Formiche.net. “Quello che non accetteremo sono i licenziamenti che noi chiamiamo mascherati, cioè travestiti da trasferimento. Si prende una risorsa, la si sposta chissà dove e visto che le si smonta la vita in un paio di mesi, il rischio dimissioni è alto. Noi questo non lo possiamo accettare”. Insomma, “no ai licenziamenti, no alla mobilità selvaggia, no alla chiusura indiscriminata di sportelli, no alla distruzione di una banca per darla in pasto a un fondo speculativo, ma sì a prepensionamenti e pensionamenti volontari”.

Garbarino affronta anche il tema della ricapitalizzazione. “Certamente un aumento di capitale è necessario ma non abbiamo ancora capito chi ci metterà i soldi. Noi siamo preoccupati dal possibile ingresso di un fondo nella banca (nei giorni scorsi si è parlato di un coinvolgimento di BlackRock, ndr). Adesso non possiamo fare altro che attendere dai commissari le lettere sugli esuberi e poi sulla base di quelle costruiremo la nostra trattativa sul piano industriale”.

Oltre alla Fabi, anche la Cgil sembra non aver gradito parte del piano industriale Carige. “Nell’incontro dell’8 gennaio sul futuro della banca i commissari avevano rassicurato le organizzazioni sindacali nazionali di categoria sul piano industriale sostenendo che questo non avrebbe rimesso in discussione gli organici. Invece apprendiamo con sconcerto che il piano industriale si reggerebbe sul drastico taglio di mille posti di lavoro e sulla chiusura di 100 sportelli. Se anche non si trattasse di licenziamenti, ma di uscite incentivate, cosa peraltro tutta da verificare, questo rappresenterebbe comunque una ulteriore perdita di posti di lavoro e  un impoverimento per tutta la banca e il territorio”, ha scritto in una nota il sindacato guidato da Maurizio Landini. Che la trattativa abbia inizio.

Carige, tutti i dubbi dei sindacati sul piano di Modiano, Lener e Innocenzi

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