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La Piazza della Rete, alla quale tutti, senza vincoli e censure, possiamo accedere per raccogliere ogni tipo di notizia, ha dato vita, nell’opinione comune, al vero campo della democrazia, privo di insidie e nascondigli. È convinzione generale che, frequentandola, si può costruire un’informazione completa, aperta a ogni interpretazione, perché tutti possono entrare per consultare, ma anche per lasciare il proprio pensiero, ponendolo in un confronto libero con quello degli altri. La lettura e la ricerca non sono limitate: si interrompono solo quando si decide di smettere di navigare all’interno dei siti. Questa pratica di studio e di scambio di conoscenze si è trasformata, almeno nel pensiero di alcuni, in una forma di consultazione permanente, arrivando a delineare la base della democrazia diretta che, proprio per non condizionare, dovrebbe offrire tutte le opportunità per costruire un’informazione “aperta” e “oggettiva”.

Il confronto con la piazza reale, quella all’interno della città, sorge spontaneo. Prendiamo la Piazza di Carpi, in assoluto una delle più belle d’Italia, dove, da sempre, lo scambio delle idee avviene tra persone fisiche, che si muovono all’ombra di figure, architettoniche e urbane, consolidate negli anni, che hanno costruito la cultura della città. I dialoghi si svolgono in un luogo concreto, che non può essere separato dal bagaglio delle memorie dell’ambiente che lo circonda. Allineate lungo fronti parallele, le facciate, di epoche tra loro molto distanti, narrano vicende economiche, sociali, politiche spesso contrapposte. È una piazza che non lascia indifferenti, perché obbliga a comprendere il valore storico-architettonico, ma anche economico e sociale, del portico gotico, del prospetto neoclassico, del teatro ottocentesco, della forma stretta e lunga di un crocevia attraversato, almeno fino a poco tempo fa, dal commercio dei tessuti.

Ma torniamo alla democrazia diretta della Piazza della Rete: senza una guida, l’informazione scivola facilmente verso interpretazioni distorte, condizionate proprio dall’assenza di una traccia culturale. L’oggettività del campo aperto, privo di direzioni, è puramente illusoria, in quanto la mancanza di vincoli genera inevitabilmente una navigazione incerta e senza meta.

Era questa l’insidia reale, presente nel primo periodo di internet: finire senza accorgersene in mare aperto verso direzioni incontrollabili. Oggi se ne aggiunge un’altra, più mimetizzata, che, occupando uno spazio sempre più esteso, attraversa tutte le fonti di informazione presenti nella piattaforma informatica. Per comprenderla, assumiamo la figura sintetica, descritta da Michele Ainis in Il Regno dell’Uroboro (La Nave di Teseo, Milano 2018), che spiega come la risposta alle domande rivolte ai canali di ricerca si sia trasformata da orizzontale, dove “gli uomini potevano finalmente stabilire relazioni senza padroni, senza gerarchie”, in verticale, raccolta all’interno di un “microcosmo chiuso”. Se, inizialmente, la confusione, che portava alla illusoria democrazia, era data dalla incapacità di trovare un sentiero sicuro dove muoversi, oggi il canale è costruito ad hoc e mira a orientare, senza dichiararlo, il percorso della conoscenza di gruppi omogenei, fino a raggiungere il singolo. Raccolto all’interno di categorie sociali, politiche, culturali costruite attraverso un algoritmo che elabora le preferenze delle consultazioni che abbiamo manifestato precedentemente, ognuno di noi è marcato da una traccia individualizzata che lo porta a navigare secondo un itinerario che non è costruito autonomamente, bensì determinato dalla predisposizione di un elenco di priorità che i siti sottopongono pagina dopo pagina.

La bulimia informatica allontana dalla partecipazione e dal controllo sociale e determina percorsi di conoscenza privi di confronto diretto, solo apparentemente piani e tranquilli, ma, nella sostanza, guidati da cookie e big data, o, nel migliore dei casi, da una bussola priva di riferimenti stabili.

La Piazza di Carpi è dichiaratamente di parte e per essere vissuta obbliga a uscire di casa, incontrarsi e sostenere il confronto con gli altri. Spiega che la conoscenza, soprattutto quando si arricchisce di nuove informazioni, non può illudersi di essere gelosamente imparziale; impone la frequentazione di quei luoghi dove l’incontro rende viva la vita della città. A questa non si può sostituire l’emancipazione solitaria. La capacità critica viene dal superamento dell’anoressia sociale, spesso inconsapevole.

Dialogo, democrazia

La democrazia si fa nelle piazze (e non quelle virtuali)

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