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Il periodo antecedente il varo della manovra, la prima colorata di gialloverde, verrà ricordato come uno dei più caoitici dal punto di vista degli annunci-spot. Pensioni, flat tax, reddito di cittadinanza, pace fiscale, sono gli strilli che puntualmente accompagnano queste giornate (qui un approfondimento sulla manovra).

Eppure, a dispetto di una simile mole di annunci, viene da porsi una domanda. E cioè quanto del dibattito attuale sulle principali misure economiche rispecchia la realtà di quel contratto siglato a maggio scorso da Lega e Movimento Cinque Stelle? E se i contenuti originari fossero stati nel tempo annacquati per sopperire alle esigenze (ragionevoli) dei vincoli di bilancio, dello spread e del risparmio? Un’operazione-verità, documento alla mano, che vale la pena effettuare.

IL DEFICIT

Si prenda per esempio uno dei capitoli più delicati, il deficit, il terreno su cui si gioca l’intera partita della manovra. “Per quanto riguarda le politiche sul deficit si prevede una programmazione pluriennale volta ad assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato ricorso al deficit”. Le cose però oggi stanno così. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha assicurato in più occasioni che non verrà sforato il tetto dell’1,6%. Il che, come è facile intuire, non assicurerà quel finanziamento delle misure auspicato nel contratto.

IL DEBITO ITALIANI E LA BCE

Un altro incaglio si è registrato sul fronte della Bce. Come noto il contratto prevedeva l’attivazione “in sede europea per proporre che i titoli di Stato di tutti i Paesi dell’area euro, già acquistati dalla Banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing, siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito-pil”. In altre parole Francoforte avrebbe dovuto dimenticarsi di 250 miliardi di Btp iscritti nel proprio bilancio e comprati grazie al Qe. Non risulta che al momento tale operazione, di per sè molto complessa, sia stata messa in cantiere.

LA FLAT TAX DI SALVINI

Ancora, quella flat tax cavallo di battaglia della Lega ma che oggi appare ancora in bilico, visto che servono 8-10 miliardi di euro per portarla a casa. “La parola chiave è flat tax”, recita il contratto di governo, “caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. In particolare, il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000,00 euro sulla base del reddito familiare e un’aliquota fissa al 15% per le società”.

PACE Sì, CONDONO NO

Sulla pace fiscale, ovvero la risoluzione amichevole dei principali contenziosi tributari tra contribuenti e Fisco, invece, la parola è stata mantenuta. Cioè, va bene la pace ma parlare di condono, come ha detto oggi lo stesso Di Maio, è troppo. Si legge nel contratto: “È opportuno instaurare una pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica, la misura può diventare un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà ed il primo passo verso una riscossione amica dei contribuenti”.

FORNERO ADDIO?

Il penultimo capitolo si chiama pensione, alias legge Fornero. Oggi in molti (compresi numerosi economisti inerpellati da Formiche.net), non ritengono possibile smontare integralmente la riforma senza sballare i conti pubblici. “Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni stanziando 5 miliardi (ma ne servirebbero 10, ndr) per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse. Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti”.

IL REDDITO DI CITTADINANZA

Infine il reddito di cittadinanza, “misura attiva rivolta ai cittadini italiani al fine di reinserirlo nella vita sociale e lavorativa del Paese: l’ammontare è fissato in 780 euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala Ocse per nuclei familiari più numerosi. A tal fine saranno stanziati 17 miliardi annui”, scriveva il Movimento Cinque Stelle nel contratto. Al Mef però, nel frattempo, hanno fatto due conti e il budget ottenibile dal ministro Tria non va oltre gli 8 miliardi.

Flat tax, reddito di cittadinanza e pensioni. Cos’era previsto nel Contratto?

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