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A poco più di due anni dalla presentazione della “Strategia per la politica estera e della sicurezza europea” da parte dell’Alto rappresentante Federica Mogherini e dopo essere stato dormiente per un lungo periodo, il progetto della difesa europea sembra prendere forma e consistenza. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Francia diventa il candidato naturale a prendere la leadership della difesa comune europea. Questo non deve sorprenderci considerando che ha un budget di spesa per il 2018 di circa 34,2 miliardi di euro ed è stato approvato un bilancio per il periodo 2019-2025 di 295 miliardi di euro, fissando per il 2025 il rapporto spesa militare/Pil al 2%.

Tra l’altro, ad agosto dello scorso anno, Parigi ha annunciato che la Francia prenderà la guida di un progetto congiunto con la Germania per sviluppare un caccia di sesta generazione per sostituire i Dassault Rafale francesi e gli Eurofighter tedeschi. Il nuovo caccia sarà operativo dal 2040. In risposta a ciò, il Regno Unito, in apertura del salone aeronautico di Farnborough lo scorso 16 luglio, ha presentato il progetto Tempest, ovvero un caccia di sesta generazione che dovrà sostituire i Typhoon nel 2040. Anche in questo caso non sono note le reali caratteristiche tecniche e capacità operative. In sintesi, stiamo assistendo ad una contesa per la leadership del prossimo importante progetto di collaborazione nel settore del dei velivoli da combattimento (Fcas: Future Combat Air System), un progetto che verosimilmente per volumi finanziari e ritorni tecnologici segnerà, nel bene e nel male le sorti delle industrie europee specializzate nel settore della difesa aerospaziale (BAE Systems, Leonardo, Airbus, Dassault e Saab).

Purtroppo bisogna registrare, ancora una volta, che la politica industriale delle principali nazioni europee è fortemente orientata a favorire il posizionamento della propria industria a scapito delle altre, piuttosto che definire un nuovo modello collaborativo che possa beneficiare tutti, sottostimando gli effetti negativi che queste forme di protezionismo nazionale potrebbero avere per l’intero comparto. Così, mentre in questi due ultimi anni sono stati fatti alcuni significativi passi nel processo di costruzione di una politica della difesa europea (in particolare con la Pesco e il Fondo europeo di Difesa), parallelamente stanno emergendo delle tendenze che vanno prontamente corrette e ricondotte in un progetto comune dove ogni Paese possa partecipare e apportare le proprie capacità ed eccellenze.

Prima di tutto, si sta creando un asse franco-tedesco che è retto principalmente da interessi economici ancor prima che strategici. Secondo, come era facile immaginare, la Francia sta prendendo la leadership del progetto della difesa dell’Unione europea. Terzo, gli Stati Uniti che hanno promosso il progetto cominciano a mostrare qualche ripensamento. Quarto, l’Italia potrebbe rischiare di restare isolata dai progetti più importanti e giocare un ruolo secondario nella partita della difesa europea.

La Francia ha difatti dimostrato in questi anni di avere l’ambizione, i mezzi e la determinazione per prendere la leadership della difesa europea. Hanno giocato a suo favore diversi fattori: una certa indipendenza ed autonomia dalla Nato, il programma di deterrenza nucleare, e la consapevolezza da parte del governo che spesa militare significa sviluppo industriale e tecnologico. Quando Emmanuel Macron ha presentato il nuovo piano pluriennale per la difesa ha dichiarato: “Questo è un budget militare per la crescita”.

Eppure, alle Forze armate italiane non mancano né l’esperienza né le capacità per giocare un ruolo primario nella difesa europea. Né manca in Italia un importante industria di riferimento. Il settore aerospaziale e della difesa italiano ha mostrato negli ultimi anni un inaudito dinamismo con una crescita media del turn-over del 5.8% annuo, un livello di occupati di oltre 160.000 unità (se si considera anche l’indotto) e un tasso di crescita dell’occupazione del 3%. Quella che è mancata è una visione da parte della politica di mettere tra le priorità dell’azione di governo il tema della sicurezza e della difesa che oggi non può essere risolto nell’ambito di una politica nazionale, ma unicamente con l’azione congiunta dei Paesi europei. È forse mancata la consapevolezza che gli investimenti in nuovi equipaggiamenti militari necessari per far fronte alle nuove sfide globali stimolano l’innovazione tecnologica attraverso maggiore spesa in ricerca e sviluppo (R&S) e questa, a sua volta, crea innovazione che si diffonde in altri settori dell’economia con effetti positivi sulla produttività e quindi sulla crescita.

I passi immediati che il governo deve intraprendere per correggere le attuali linee di tendenza al fine di ricomporre uno spirito cooperativo tra i principali Paesi e far acquisire all’Italia il ruolo che si merita sono i seguenti. Primo, definire una strategia complessiva sulla difesa da redigere con la collaborazione dell’industria in cui si fissino priorità, settori e progetti sui quali si ritenga che il Paese possa avere un vantaggio competitivo e possa valorizzare le proprie eccellenze sia sul piano militare che industriale. Secondo, presentare un piano di spesa militare pluriennale, nei limiti dei nostri vincoli di bilancio, credibile che fissi un percorso per raggiungere il target del 2% come richiesto dalla Nato e come è già stato fatto dalle altre principali forze militari europee. Terzo, dedicare maggiori risorse agli investimenti da individuare anche attraverso una razionalizzazione ed efficientamento delle Forze armate da anni programmato per spostare le spese più a favore della ricerca e dell’investimento e meno per il personale. Maggiori risorse per gli investimenti danno maggiore forza contrattuale al Paese per partecipare e non farsi escludere da quei grandi programmi internazionali dove è necessario mettere a fattor comune risorse tecnologiche, industriali e finanziarie.

La lezione che abbiamo imparato dalla storia industriale e ed economia degli ultimi cento anni è che spesa militare, innovazione tecnologica e crescita economica sono strettamente interconnesse, l’Italia non può permettersi di uscire o giocare un ruolo gregario in quei programmi che saranno alla base dello sviluppo tecnologico ed industriale dell’Europa dei prossimi trent’anni.

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