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I REATI IMPUTATI

Alla quarantaquattrenne donna di San Pietroburgo (sede anche dell’Ira, la famigerata “fabbrica” russa dei troll), hanno spiegato gli inquirenti, sono imputati i reati di cospirazione e di tentata frode ai danni degli Stati Uniti, attraverso una serie di azioni mirate a “seminare discordia nel sistema politico americano”. Tutto ciò sarebbe avvenuto ricorrendo all’uso di fake news online su temi caldi e divisivi come l’immigrazione, le polemiche sui simboli confederati, il controllo delle armi da fuoco e le proteste dei giocatori di football americano contro l’inno nazionale. Tra i politici nel mirino vi erano il senatore John McCain, deceduto di recente, Paul Ryan, Marco Rubio, Mitch McConnell, e l’ex presidente americano Barack Obama.

IL PROJECT LAKTHA

Ma, rilievo più importante, il tutto sarebbe stato attuato nell’ambito di un’operazione denominata “Project Lakhta”, dietro cui secondo gli investigatori ci sarebbe l’oligarca russo Yevgeniy Viktorovich Prigozhin e due società da lui controllate, la Concord Management and Consulting e la Concord Catering. L’uomo – fornitore dei cibi consumati al Cremlino, lavoro che gli è valso il nomignolo “chef di Putin” – è tra l’altro al centro della maxi inchiesta, ancora in corso, sul cosiddetto Russiagate e sulle interferenze alle elezioni Usa del 2016, guidata oltreoceano dal procuratore generale Robert Mueller.

UN’OPERAZIONE COMPLESSA

Facendo un passo indietro, il progetto che avrebbe coinvolto la Khusyaynova prevedeva, secondo l’accusa, anche la creazione di migliaia di account sui social media e di indirizzi privati di posta elettronica apparentemente appartenenti a cittadini americani. La donna incriminata inoltre avrebbe gestito fondi da usare in diverse maniere, come portare avanti attività di propaganda negli Stati Uniti o pagare attivisti e pubblicità sui social network. Il problema, tuttavia, per gli apparati di sicurezza americani sarebbe, se possibile, ancora più ampio. L’intelligence Usa, l’Fbi e il dipartimento per la Sicurezza interna parlano apertamente di campagne portate avanti “in diverse forme” da Mosca, Pechino e Teheran per “cercare di influenzare le percezioni e le decisioni degli elettori” nel voto del 2018 e in quello del 2020, usando propaganda e fake news per colpire o sostenere alcuni candidati.

DA CA AGLI ACCOUNT RIMOSSI

Qualche indizio sulla possibile portata di queste operazioni si era avuto già negli ultimi mesi quando, dopo il caso eclatante di Cambridge Analytica, alcuni tra i social network più diffusi e popolari – Facebook e Twitter su tutti – avevano iniziato a chiudere (tardivamente secondo molti esperti) migliaia di account e profili sospettati di essere coinvolti in campagne di disinformazione. Proprio ad agosto, il secondo aveva comunicato di aver fermato ben 284 account (in questo caso ritenuti collegati a Teheran) coinvolti in operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica. Mentre solo due giorni fa lo stesso ha messo a disposizione di ricercatori indipendenti dieci milioni di cinguettii, compresi quelli ritenuti associati alla Internet Research Agency russa.

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