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Dall’inizio di questo decennio Vitrociset è in vendita, ma fino ad ora, nonostante alcune manifestazioni di interesse, non si era trovato alcun compratore italiano od estero. È stato un periodo difficile perché soprattutto nel settore della difesa e sicurezza l’elemento “affidabilità” è fondamentale e, in parte, il suo sinonimo è “stabilità”. Clienti pubblici e privati (fondamentali per una società media che è anche fornitrice di grandi gruppi industriali) vogliono partner solidi in grado di assicurare la continuità delle forniture nel medio periodo, se non nel lungo e vogliono sapere con chi collaborano, evitando, per quanto possibile, di ritrovarsi a dipendere da un concorrente o da un gruppo che potrebbe avere nuove e diverse strategie industriali. Non è stato, quindi, un periodo facile per Vitrociset e ci sono voluti tutto l’impegno e le capacità del suo management per mantenere le sue capacità tecnologiche, industriali e commerciali e, anzi, migliorarne le performance.

Qualche commentatore aveva osservato che stupiva la disattenzione del Governo e delle Amministrazioni più coinvolte, Difesa e Sviluppo economico, per le sue vicende, anche tenendo conto di alcune attività strategiche svolte dalla società romana. Ma, evidentemente, le Autorità non hanno ritenuto di dover intervenire, se non nell’autunno dello scorso anno in un caso di eclatante opacità e rischiosità.

Poi, all’inizio dell’estate, l’interesse per Vitrociset si è risvegliato e a inizio agosto è stato raggiunto un accordo per la sua vendita ad un inedito team formato dal gruppo pubblico Fincantieri (controllato dallo Stato tramite CDP) e il gruppo privato Mer Mec (controllato dalla famiglia Pertosa): il primo concentrato nel settore cantieristico e il secondo nel settore aerospaziale. L’interpretazione più logica dell’operazione era che si puntasse, prima o poi, allo spacchettamento delle attività, scorporandone quelle spaziali e prettamente aeronautiche a favore di Mer Mec e confluendo le restanti e prioritarie attività elettroniche e sistemistiche in Fincantieri, che sta puntando ad aumentare queste sue capacità al fine di poter meglio svolgere il ruolo autonomo di capocommessa per le navi militari e di supporto logistico post-contratto. Il valore dell’operazione è per altro modesto: una cinquantina di milioni di euro e un’altra trentina di debiti, molto meno di quanto costa un solo Eurofighter!

Un mese dopo Leonardo ha deciso di esercitare il diritto di opzione che, grazie all’1,5%, ancora detiene in Vitrociset e, quindi, la società romana finirà nel principale gruppo italiano dell’aerospazio, sicurezza e difesa (che, per altro, in passato ne era stato un importante azionista).
Alla fine, per questa società, la conclusione potrebbe essere positiva: rafforzando l’assetto proprietario potrà muoversi con maggiore credibilità e forza sul mercato internazionale e probabilmente potrà integrare tutte le sue capacità con quelle analoghe di Leonardo.

Due questioni restano, però, senza risposta: 1) Continua a brillare, come per il passato, l’assenza del Governo. La ristrutturazione e razionalizzazione dell’industria italiana, così come la politica delle alleanze internazionali, dovrebbe avvenire nel quadro di una strategia nazionale condivisa fra Governo, Amministrazioni (Difesa, Sviluppo economico e Economia e finanze, Presidenza del Consiglio), Forze Armate e industria. Tanto più quando si tratta di imprese, come Leonardo e Fincantieri, di cui lo Stato è l’azionista di riferimento. Devono essere i manager a prendere le direttive dall’Autorità, non il contrario.

2) Devono finire i colpi di mano e “di spada” fra i due gruppi pubblici sul futuro assetto del settore navale. Prima di andare al previsto e auspicabile matrimonio con i francesi, sarà bene mettere ordine in casa nostra in modo da arrivarci più forti e competitivi. L’Italia ha una delle sue poche aree di eccellenza tecnologica e industriale nel campo navale. Si favorisca il rafforzamento di un soggetto nazionale in grado di offrire navi “chiavi in mano” o adattate alle esigenze del cliente, come fanno i francesi di Naval Group o gli spagnoli di Navantia. Leonardo e Fincantieri devono operare congiuntamente nell’interesse nazionale e, alla fine, anche del loro.

Vitrociset

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