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“L’interessamento dell’attuale governo nei confronti della Cina non segna una svolta, anzi non è altro che il segnale della volontà di continuazione delle buone relazioni bilaterali intercorse negli ultimi anni”, spiega a Formiche.net Alessia Amighini, co-head dell’Asia Program dell’Ispi e professoressa di Economia e Public policy all’UPO.

“L’Italia, in ambito europeo, mantiene relazioni migliori di altri paesi con Pechino, per gli importanti legami economici e culturali che da sempre intercorrono, e che si sono ulteriormente approfonditi negli ultimi quattro-cinque anni: dimostrazione evidente ne è stata la presenza del capo del governo italiano al Forum internazionale di Pechino nel maggio del 2017, unico tra i paesi dell’Europa continentale e dell’allora G8, e segnali tangibili sono i molteplici e crescenti legami bilaterali che si manifestano in progetti di collaborazione artistica, culturale, economica, scientifica, tecnologica”.

L’ambito della conversazione è l’imminente missione a Pechino del ministro dell’economia, Giovanni Tria. Una iniziativa che si inquadra in un più ampio disegno del governo, che ha varato presso il ministero dello sviluppo economico una Task force dedicata al business con il Dragone, presieduta dal vicepremier Luigi Di Maio e coordinata dal sottosegretario “cinese” Michele Geraci. “Oggi il governo italiano riconosce la necessità di continuare sulla stessa linea dei precedenti, per non perdere quello che deve essere giustamente considerato un prezioso capitale relazionale. L’ elemento che viene proposto come una novità da Geraci è la volontà di cambiare atteggiamento da passivo ad attivo e di acquisire consapevolezza delle potenzialità correnti e future, ma a ben vedere è da oltre un anno l’Italia si è mostrata più assertiva di quanto non sia mai stata nei confronti degli interessi cinesi in casa nostra”.

Le infrastrutture – o meglio: portare investimenti cinesi in infrastrutture italiane – saranno al centro della missione del sottosegretario. “Porti, interporti e reti stradali e ferroviarie, come tristemente ricordato a tutti noi dalla cronaca recente, sono ambiti di grande fabbisogno di interventi e investimenti, e molti di essi sono da tempo oggetto di interessi o mire cinesi. Se cavalcare l’onda cinese vuol dire anche coinvolgere effettivamente la controparte cinese in investimenti di effettivo interesse nazionale (per esempio, ma non solo, i territori di Genova e Trieste, già ufficialmente individuati come primi snodi delle nuove vie della seta in Italia, e anche nodi importanti nei Corridoi europei) che beneficiano molto i commerci cinesi non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo, mantenendone però noi il controllo, allora il corso delle relazioni potrà dirsi rinnovato”.

Come sono entrati, fino a questo momento, i cinesi in Italia? “Finora l’onda cinese si è presentata soprattutto sotto forma di acquisizioni di aziende in difficoltà finanziaria, con intenti non predatori nella maggior parte dei casi. Questo è avvenuto perché gli investitori cinesi avevano interesse ad acquisire brand e competenze, a mettere piede in Italia, non a saccheggiare aziende depositare di know-how molto prezioso”. Poi ci sono i cosiddetti investimenti di portafoglio… “Sì, e il più interessante in questi giorni è proprio il 5 per cento di Autostrade, acquisito dal Silk Road Fund nel 2017, per circa 750 milioni di euro. Il ribasso del titolo dopo la tragedia di Genova e lo scenario di una non ben definita ri-nazionalizzazione della rete autostradale è di certo un tema di cui i cinesi vorranno parlare e su cui vorranno rassicurazioni concrete e precise, che per ora il governo Conte non sa dare, perché non mostra la minima idea di che cosa saprà, potrà e vorrà fare”.

E questo, dice l’analista, “non è un buon precedente per chiedere ai cinesi ulteriori investimenti”.

I contatti dei prossimi giorni potranno anche creare, diciamo così, nuove situazioni per la Cina in Italia? “Non c’è nulla di nuovo in vista, i cinesi continuano a battere sugli stessi tasti, forse perché i progetti e le proposte del passato recente non si sono ancora realizzati. Di nuovo, nel prossimo futuro, potremmo vedere semmai la realizzazione effettiva dei tanti dialoghi intercorsi e mai concretizzati”.

Ma cosa potrebbe servire? “Forse un nuovo modello di collaborazione economico-finanziaria che faccia leva sull’interesse e la volontà cinesi di investire in Italia (dove ormai non vuole investire più nessuno, quasi neppure gli italiani), non tanto con una logica del breve, ma con una prospettiva a lunga gittata”. Il 5 per cento in Autostrade aveva questo obiettivo, se non sbaglio? “Serviva a finanziare un attore importante nella Belt and Road. Invece di rafforzare e potenziare la rete in Italia, si è usato il nuovo capitale per finanziare l’internazionalizzazione di Atlantia. In questo momento Italia e Cina hanno entrambe necessità di manutenere e se possibile rinnovare tutta la nostra rete di trasporti e infrastrutture: noi per non crollare, i cinesi per non veder bloccati tutti i loro commerci che passano per il Mediterraneo. Usiamo a leva questo loro interesse a servizio di progetti di sviluppo nazionale”.

Il ministro Tria andrà anche a cercare di sostituire con Pechino gli acquisti di titoli di stato italiani del Quantitative Easing che la Bce interromperà a dicembre: è uno schema perseguibile? “Pechino ha sempre obiettivi di medio-lungo termine. Noi abbiamo purtroppo sempre obiettivi di breve, perché del lungo non ci preoccupiamo molto, e agiamo spesso solo in emergenza”. Questo è il quadro, nel concreto, che problemi ci sono? “I capitali cinesi non sono stati sempre ben visti in Italia e in Europa: certo andare a chiedere soldi ora, dopo che gli si è dato dei banditi prima non ci mette in una condizione favorevole. Pechino si presterà a collaborare sulle nostre esigenze di cassa, ma sposterà il gioco sul futuro. Può essere uno schema perseguibile solo se non perdiamo la bussola, e spetta a noi arrivare con un’idea, un progetto nel quale coinvolgerli: dovremmo arrivare a Pechino con un’idea ambiziosa, ispirata alla modalità dirigista alla cinese, ora che gli interessi finanziari privati nazionali non hanno molto da pretendere”.

Sull’aspetto appena citato: magari è provocatorio, ma c’è il rischio che se i cinesi dovessero allungato i propri tentacoli su infrastrutture e debito ci trattino come uno dei paesi finanziariamente più deboli in cui sono penetrati in profondità rendendoli degli pseudo-satelliti? “Non è affatto provocatorio. È vero che molti dei paesi riceventi gli investimenti cinesi targati Bri sono finiti in zona rossa in termini di debito estero e il contributo marginale del debito nei confronti della Cina è molto elevato. Per questi paesi la dipendenza dalla Cina è al contempo finanziaria e politica”. E per l’Italia sarà diverso? “Il debito pubblico italiano outstanding è così elevato che il contributo marginale della Cina non ci farebbe diventare suoi satelliti. Però, nonostante lo spread in salita renda i nostri titoli di Stato molto più redditizi degli altri in Europa, i cinesi cercano ritorni a lunga, e investire in Italia non li da”.

Ma siamo in controtendenza rispetto al resto dell’Occidente in questo nostro avvicinamento? “A differenza della parziale chiusura di alcuni paesi europei, soprattutto Germania e Francia, e pure dell’apertura quasi incondizionata di altri, tra cui Grecia e Ungheria, l’Italia ha una posizione intermedia più ragionevole, nella consapevolezza (certamente da parte cinese e finalmente anche italiana) di numerose sinergie, in molti settori produttivi, agricoli e manifatturieri, ma anche nelle infrastrutture”.

La Washington trumpiana ha innescato con la Cina uno scontro a tutto campo, un confronto globale; allo stesso tempo, il nuovo premier italiano ha stabilito dei rapporti molto buoni con Donald Trump: sono conciliabili queste inclinazioni verso oriente con l’attuale relazione speciale tra Roma e Stati Uniti? “Mantenere buone relazioni con entrambe le grandi potenze è indispensabile. A maggior ragione con la maretta della guerra commerciale tra Pechino e Washington, che potrebbe diventare un maremoto, se dovesse coinvolgere settori ben più strategici come cyberspace ed energia”.

“Sebbene voglia farci credere il contrario, Trump ha sempre bisogno dell’Europa per tener testa a Russia e Cina. In questi giorni l’asse russo-tedesco nel progetto del raddoppiamento del Nord Stream ha mostrato a tutti che è opportuno evitare eccessive dipendenze bilaterali, e la Cancelliera Merkel così facendo ha convinto Trump ad appoggiare il South stream, di vitale importanza per la sicurezza energetica europea e anche per impedire un dominio incontrastato cinese in Asia centrale”.

“L’Italia – dice Amighini – ha un ruolo centrale nella diversificazione degli approvvigionamenti di energia per tutta l’Europa, e anche per questo non ci sono inclinazioni davvero incompatibili”.

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