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La Cina ha annunciato la decisione di alzare le tariffe commerciali su 16 miliardi di dollari di prodotti importati dagli Stati Uniti: una mossa attesa, perché simmetrica a un precedente annuncio con cui Washington aveva comunicato di alzare i dazi doganali al 25 per cento per altrettanti beni esportati in America dai cinesi.

È certamente una nuova escalation nella trade war, come la chiamano i media anglosassoni, tra Pechino e Washington; parte di un confronto a tutto campo tra le due potenze, prime due economie del mondo. Le imposizioni americane, e la rappresaglia cinese, entreranno in vigore il 23 agosto (colpiti 279 prodotti, tra cui motocicli, turbine a vapore e vagoni ferroviari), dopo che già dal 6 luglio erano state imposte misure simili su altri 34 miliardi di beni Made in China (e Made in Usa).

Il ministero del Commercio cinese ha accusato gli Stati Uniti di “porre nuovamente la legge nazionale al di sopra del diritto internazionale imponendo nuove tariffe molto irragionevoli alle merci cinesi”, e con questo ha giustificato le proprie contromisure.

Ma il presidente americano Donald Trump ha deciso questo genere di mosse sia per contrastare la Cina – con un obiettivo ad ampio raggio che non riguarda solo l’economia. Ma c’è anche la volontà di intervenire su un pallino fissato fin dalla campagna elettorale del 2016. Trump sostiene che gli Stati Uniti soffrano di deficit commerciale, ossia subiscono economicamente il rapporto import/export con diversi paesi, da cui importano molto mentre esportano poco.

Secondo il presidente, questa situazione – che gli Usa vivono maggiormente con la Cina, ma anche con dozzine di altri paesi, tra cui gli europei, e anche con l’Italia – rallenta la crescita e la forza americana. I due grandi slogan della corsa presidenziale, “Make America Great Again” e “America First” ruotano anche attorno una sostanziale ricerca di ri-equilibrio in termini commerciali.

Ultimamente, il presidente ha calcato la mano sul suo successo in questo ambito, annunciando che le sue politiche sui dazi (non solo alla Cina, ma anche quelli su acciaio e alluminio che hanno colpito l’Ue, dunque) hanno ridotto di 52 miliardi di dollari quell’enorme sbilancio commerciale, nel confronto sul secondo trimestre di quest’anno. Trump ne ha parlato varie volte: durante un manifestazione elettorale a Wilkes-Barre, in Pennsylvania il 2 agosto; in un’occasione simile a Tampa, in Florida il 31 luglio; durante la conferenza stampa col premier italiano Giuseppe Conte, il 30 luglio; in un tweet, il 29 luglio; in un discorso sulla situazione economica tenuto dalla Casa Bianca il 27 luglio.

Quei 52 miliardi sono diventati un magic number per Trump, che ne parla come si fa di un successo, ci vincola l’exploit delle crescita economica di cui sta godendo il suo paese, lo usa come vettore per la campagna elettorale verso le Midterms, e immancabilmente lo utilizza come clava contro la stampa – “Nemica del popolo” – che non ne vuol parlare perché vuol dare della sua presidenza solo una copertura negativa (la sommatoria è perfetta per essere indirizzata al cuore del suo elettorato: ci sono successi, promesse mantenute, e il non se ne parla perché c’è un complotto contro Trump; è questa la sintesi percepibile).

In realtà, il dato di Trump esce da una (probabilmente sua, forse fraintesa, forse capziosa) somma algebrica ottenuta dai numeri diffusi dal dipartimento del Commercio il 27 luglio nel report sul Pil, ma un altro rapporto uscito il 3 agosto sempre per ricerche dello stesso dipartimento mostra che quei 52 miliardi in realtà sono al massimo, al momento, 20. E sono comunque parziali, perché serve vedere l’intero anno, ma soprattutto, non sono un segnale positivo: si tratta di uno spostamento legato al fatto che le società estere si sono affrettate ad acquistare beni americani prima dell’imposizione delle tariffe e delle conseguenti contro-tariffe.

In generale, il dato di riferimento resta fissato a quello del 2017, dove si è avuto il record di sbilancio commerciale dal 2008, e le previsioni dicono che Washington è sulla buona strada per fissare un altro record a fine 2018, quando arriveranno i dati dei prossimi trimestri spurgati da quella sorta di corsa agli acquisti per anticipare le mosse della Casa Bianca.

(Foto: Twitter, White House)

 

Dazi e contro-dazi: non si ferma lo scontro commerciale (e politico) Usa/Cina

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