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Ai più il nome Cencelli dirà né più e né meno quel che può dire il sostantivo cicisbeo o l’esclamazione perdindirindina, parolette che recano una risonanza antica, sentite sì, da qualche parte, ma non si saprebbe dire a che proposito. Forse un carosello mandato da Techetechetè.

Per alcuni il dottor Cencelli, recentemente riportato agli onori della cronaca con interviste ossequiose sui giornali importanti, è un pezzo di storia della Repubblica. Anzi, a dirla proprio intera, è una specie di bignami di quelle perdute stagioni, una sineddoche, un promo di sublime efficacia. È esso stesso il santino del proporzionale, che è a sua volta l’essenza di quel tempo remoto.

Massimiliano Cencelli, padre di tutti gli algoritmi trasmigrati dalla matematica alla politica, era, in verità, un funzionario della Dc, braccio destro dell’onorevole Adolfo Sarti, esponente delle correnti moderate. Fu proprio Sarti, secondo la leggenda, a incaricare il suo collaboratore di tracciare una ipotesi di ripartizione degli incarichi di governo dopo un congresso della Dc, che fosse basata su formule oggettive e inoppugnabili. Il giovane Massimiliano – aveva solo 30 anni – ci pensò su e fece una proposta che non si sarebbe potuta rifiutare: a ciascuno il suo, secondo proporzione, secondo, cioè, il peso conquistato in Congresso. La corrente aveva preso il 3%? Aveva diritto al 3% delle nomine. Era l’uovo di Colombo e venne adottato con pochissime varianti da tutti i partiti, e soprattutto nei rapporti tra partiti in caso di formazione del governo.

Una sorta di esperanto della spartizione, che, a ben vedere, rappresentava l’unico modo per non bloccare il sistema e garantire l’equilibrio complessivo nella maggioranza e nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Le piccole varianti erano quelle introdotte dal grande Bernabei, il mitico dg della Rai di quegli anni, che procedeva alle assunzioni accontentando i partiti della maggioranza, dell’opposizione, sulla base dello stesso algoritmo cencelliano e poi infilava anche i professionisti bravi.

Cencelli cadde in desuetudine nella pretenziosa e supponente stagione del maggioritario (1994-2018), che introdusse un potente allucinogeno. Con lo slogan “fuori i partiti dalle nomine di governo” e, insieme, la rivendicazione del diritto allo spoils system (che vuol dire, letteralmente, sistema delle spoglie: chi vince si becca tutto), inaugurò la stagione dei fedelissimi (non necessariamente competenti, fedelissimi e basta) ai vertici delle aziende di Stato senza dover lasciare manco le briciole alle opposizioni.

Il governo Salvini-Di Maio si pone in linea di continuità con questa nuova pratica: 540 nomine, tra grandissime, grandi e un po’ meno, la mappa del potere vero per almeno un lustro, senza dover pagare dazio a nessuno. In mezzo ci sta la Rai – che vuol dire l’80% dell’attenzione del popolo italiano alle notizie sensibili dei tg; aziende immense e strategiche come Leonardo – che vuol dire aeronautica, spazio, difesa e molto altro; Enel, banche – la Cdp è appena partita sul primo binario; Ferrovie, a proposito d binari, Anas e chi più ne ha più ne metta. Nella stagione del proporzionale 2.0 ecco l’applicazione del più ruvido spoils system della storia della Repubblica. Fateci un piacere, però: lasciate stare Massimiliano Cencelli. Perché algoritmi come quelli che sapeva fare lui non se ne fanno più.

Phisikk du role - Cencelli uber alles

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