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Hanno capito perfettamente che nel giro di poche ore ci eravamo avvicinati al punto di non ritorno e sono corsi ai ripari. La “pezza” quindi c’è e funziona, ma il problema di fondo resta, sia chiaro a tutti. Così vanno lette le parole di Luigi Di Maio dalla Cina: “Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo” e quelle di Matteo Salvini da Roma: “Nella manovra si troverà un equilibrio tra il rispetto dei vincoli di bilancio e il diritto alla crescita”.

I due azionisti di riferimento hanno dunque gettato acqua sul fuoco, dopo una “infilata” di giorni assai problematici per la maggioranza. Giorni pieni di tensioni, fughe in avanti e dichiarazioni avventate, utili solo ad aumentare la confusione e indebolire la forza contrattuale del governo verso i mercati finanziari ed i partner europei (o mediterranei, in costanza di una questione libica su cui l’Italia arranca invece di dare la linea). Abbiamo visto infatti peggiorare il clima nel governo con una rapidità per certi versi sorprendente, che si è manifestata in almeno quattro capitoli di assoluta rilevanza.

C’è un cambio di passo (nella polemica interna al governo) sulla manovra economica, con parole durissime (ieri) di Di Maio verso Tria (“gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo Stato non li può lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare”), parole che hanno rari precedenti nella storia della Repubblica verso l’inquilino di via XX Settembre. Un cambio di passo che si è visto in materia pensionistica (si leggano le dichiarazioni del leghista “atipico” Brambilla contro le proposte del M5S), sui temi fiscali (il Movimento ha reagito brutalmente alle ipotesi di pace fiscale allargata che piace alla Lega) e sul reddito di cittadinanza, che Di Maio difende a spada tratta incontrando una certa freddezza di Salvini (“L’importante è che non sia un reddito per stare a casa a guardare la televisione”). Poi ci sono i grandi temi infrastrutturali (Tap e Tav, solo per fare due esempi) dove permane una distanza sostanzialmente incolmabile tra le due forze al governo. Ma sopratutto ci sono due vicende di grande attualità che stanno generando forti tensioni: Genova dopo il disastro del 14 agosto e la candidatura italiana per le Olimpiadi invernali del 2026.

Su Genova è evidente a tutti l’asse “pragmatico” che la Lega ha costruito con il sindaco Bucci e il governatore Toti. Si vuole fare presto, anche tenendo a bordo società Autostrade pur in forma controllata dalle pubbliche autorità e con la presenza di Fincantieri. Di ben altro “timbro” è la volontà di Toninelli e Di Maio, che hanno scelto Aspi e il gruppo Benetton come nemici giurati e quindi non considerabili interlocutori per nessuna ragione al mondo.

Per le Olimpiadi poi si è consumata una mezza tragedia, con Torino fuori (salvo sorprese) dalla candidatura che resta nelle mani di un inedito (e giornalisticamente assai gustoso) asse tra i governatori leghisti Zaia e Fontana ed il sindaco di Milano Sala: il rosso ha preso così il posto del giallo, mandando su tutte le furie i vertici nazionali del Movimento (che infatti hanno iniziato a parlare di una candidatura che non avrà risorse dello Stato a disposizione).

Ora a noi spetta di provare a rispondere ad una semplice domanda: perché tutto questo accade?

Sotto il profilo dell’attualità accade perché i sondaggi registrano ormai da settimane il sorpasso della Lega sul M5S, con l’aggiunta del carico da undici rappresentato dal ritrovato dialogo tra Salvini e Berlusconi (che dovrebbe portare Foa alla presidenza della Rai). Ma più nel profondo c’è un’altra questione che ormai emerge insistentemente. Questione tutta interna al movimento fondato da Grillo e Casaleggio con il “Vaffa Day” del 2007. Bene questo movimento è arrivato primo alle elezioni della scorsa primavera con un Di Maio che ha promesso “urbi et orbi” la tenuta della squadra anche nel passaggio dall’opposizione al governo. Ora qui sta il nocciolo della questione. I ministri grillini sembrano afflitti dall’idea di governare, quasi alla ricerca di una catarsi capace di riportarli agli splendori di un tempo, quando criticare gli altri (al governo) era sport quotidiano e di grande soddisfazione.

Vorrà e saprà Di Maio attuare questa metamorfosi (tutt’altro che semplice)? Il Movimento è pronto a seguirlo senza perdere per strada troppi elettori e/o dirigenti?
Il governo sopravviverà dopo le elezioni europee solo in caso di risposta affermativa a questa domanda. Per il momento un po’ tutti se la prendono con Tria che però, sornione, non si scompone neppure un po’.

L’assalto al "diligente" e il dilemma: ma il M5S vuole governare sì o no?

Hanno capito perfettamente che nel giro di poche ore ci eravamo avvicinati al punto di non ritorno e sono corsi ai ripari. La “pezza” quindi c’è e funziona, ma il problema di fondo resta, sia chiaro a tutti. Così vanno lette le parole di Luigi Di Maio dalla Cina: “Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria e ho piena…

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