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Spegnete le sirene. No, l’Italia non è sull’orlo del baratro come nel 2011, l’anno di quell’agosto di fuoco in cui sembrava che tutto stesse precipitando in un enorme buco nero. Certo, col differenziale Btp-Bund non c’è da scherzare, d’altronde è pur sempre il termometro della fiducia verso l’Italia e gli investitori che chiedono un premio maggiore per sottoscrivere il nostro debito sono una voce da ascoltare.

Ma in questi giorni di allarmi aerei su possibili attacchi specultaivi in coincidenza della manovra (qui l’approfondimento di ieri su Formiche.net) è facile farsi prendere dal panico o addirittura prospettare scenari da fine del mondo (ieri il presidente della commissione Bilancio, il leghista Claudio Borghi, ha, forse un po’ incautamente, messo l’Europa davanti a un bivio: o la Bce ferma la speculazione o salta il sistema euro). Gli stessi contenuti della prima legge di Bilancio gialloverde, pensioni, flat tax e reddito di cittadinanza, sono ancora fumosi e poco definiti.

Per Antonio Maria Rinaldi, economista e docente alla Link campus, allievo della scuola di Paolo Savona e autore di numerosi saggi sull’euro, c’è da andarci piano e non degenerare nella paura. “Voglio subito mettere in chiaro una cosa, l’altro giorno Giorgetti (Giancarlo, sottosegretario alla presidenza del consiglio, sponda Lega, ndr) ha fatto bene quando ha paventato un attacco speculativo per l’Italia. Con lo spread non c’è da abbassare la guardia e mettere le mani avanti è stato saggio. Tuttavia questo non ci autorizza a parlare di un imminente Apocalisse”, spiega Rinaldi.

“Ho l’impressione che oggi in Italia ci sia un partito dello spread. Qualcosa di trasversale, che punta a far affondare la nave, che auspica la fine di tutto. Assurdo solo pensarlo, serve un po’ di memoria storica. A sei mesi dall’insediamento del governo Monti, che inaugurò subito la stagione del rigore, lo spread era ancora a 537 punti base con tassi decennali al 4%, oggi è a 270. Di che parliamo? Vogliamo ricordarci che l’Italia ha, a differenza della Turchia, una bilancia dei pagamenti in attivo? Che siamo la seconda manifattura d’Europa? Che produciamo ed esportiamo prodotti competitivi a livello globale?”, si chiede l’economista.

“Certo, abbiamo un enorme debito, il terzo al mondo. Ma chi ha mai ripagato il proprio debito dall’oggi al domani? La sostenibilità di un Paese non si misura sul proprio debito ma sulla capacità di pagarci gli interessi”. Rinaldi arriva dunque a una conclusione, tutto sommato favorevole all’Italia, nelle stesse ore in cui, secondo alcune indiscrezioni di stampa, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria starebbe pensando di volare in Cina a cercare investitori disposti a sottoscrivere il nostro debito in caso di attacco su scala europea.

“Lo spread non va considerato come il metro di misura della salute in un Paese. Casomai oggi sta a indicarci che l’architettura monetaria dell’Europa è imperfetta, incompiuta. Semmai è il termometro dell’Europa, non dell’Italia. Faccio un esempio, usando un’espressione colorata. Oggi la Bce è evirata dei suoi poteri. Non esiste al mondo una banca centrale che abbia uno spazio di manovra così ridotto. Certo, c’è stato il Qe, ma nei fatti non è nemmeno prestatore di ultima istanza. Vogliamo metterci al riparo dallo spread? Allora cominciamo con l’aumentare i poteri della Bce”.

 

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