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Mentre in Europa la polemica sui migranti si fa sempre più dura, speriamo che, alla fine, il caso della Lifeline si risolva nel migliore dei modi. Ma sarebbe un fallimento, comunque, se non si andasse fino in fondo nell’accertamento di tutte le responsabilità. Passaggio ineludibile per porre fine ad uno stato di caos che, in tutti questi anni, si è risolto a danno della posizione italiana, alimentando quel flusso ininterrotto di migranti che ha contribuito a cambiare il volto della politica italiana.

Gran parte di questo disordine deriva dalla situazione libica. Ma l’Italia ci ha messo del suo. Ha fatto finta, per troppo tempo, che le regole internazionali sul soccorso in mare fossero una sorta di optional. Da bypassare a seconda delle convenienze politiche o delle posizioni ideologiche. Gli atti di generosità e di altruismo sono sempre benvenuti. Ma devono avvenire nel rispetto delle regole generali, per non generare corto circuiti che, alla fine, generano spinte incontrollabili.

Il caso della Lifeline è la risultante di questo groviglio infernale. La prima cosa da accertare è dove ha raccolto i 230 immigranti che ha assiepato sulla tolda. Le informazioni di stampa parlano di un intervento nei pressi della costa libica. Forse addirittura nelle acque territoriali di quel Paese. Ipotesi plausibile, considerato lo Stato degli scafi su cui vengono imbarcati, dai trafficanti, i migranti. Si tratta di natanti che possono navigare solo per poche miglia. Chi accetterebbe di salirvi se non avesse l’assicurazione di un immediato trasbordo su imbarcazioni più attrezzate?

Il resto è solo conseguente. Entrate nella zona SAR (ricerca & salvataggio), le Ong denunciano una situazione di distress che fa scattare l’obbligo giuridico dell’assistenza in mare e la ricerca del porto più sicuro nelle vicinanze. Si configura così una vera e propria filiera del trasporto dei migranti. Con trasbordi organizzati al fine di eludere le norme internazionali. Il salvataggio presso le coste libiche, come indicato dalle Autorità italiane, avrebbe dovuto comportato da parte delle Ong una richiesta d’aiuto a quei presidi di sicurezza. Anche a prescindere dall’esistenza o meno di una specifica SAR di cui la Libia fosse titolare. Ma questo non è avvento. Con la sorprendente dichiarazione, da parte delle stesse Ong, che quel Paese non garantisce i necessari standard di democrazia.

Sorge pertanto un problema di carattere, per così dire, definitorio. Le Ong intervengono per salvare vite umane nelle situazioni di distress. O, al contrario, sono “militanti politici” che lottano per garantire ad una piccola parte della popolazione africana un futuro migliore? Gesto indubbiamente nobile, ma che, con le leggi del mare, non c’entra proprio. Ed allora le regole di Dublino (questa sembrerebbe essere la giusta posizione italiana) non non possono essere invocate e la conseguenza non può essere il libero approdo sulle coste italiane. Le navi che battono bandiera tedesca o olandese, sono sottoposte al controllo politico dei rispettivi Paesi. Ed a questi ultimi devono rispondere dei loro comportamenti in mare.

L’Italia, quindi, com’è avvenuto nel caso dell’Acquarius deve fornire la necessaria assistenza, per evitare danni ulteriori. Ma può, anzi deve, pretendere che sia la Nazione, di cui l’imbarcazione batte bandiera, a farsi carico delle relative conseguenze. Poi raggiunto il porto di destinazione, saranno le Autorità del luogo a valutare se il comandante della nave abbia rispettato o meno le regole ed i comportamenti del proprio Paese. E prendere gli opportuni provvedimenti sulla base della propria legislazione.

Del resto l’Italia non potrebbe fare altrimenti. Non avrebbe titolo per agire contro il Capitano che non è tenuto al rispetto delle leggi italiane, specie se si trova in acque internazionali. Non potrebbe sequestrare l’imbarcazione, in quanto battente bandiera straniera. Le regole internazionali, in proposito, sono quanto mai precise. In acque extraterritoriali, secondo la Convenzione di Montego Bay esiste uno stretto legame nave-bandiera che deve essere comprovato dai documenti di bordo rilasciati dallo Stato di bandiera, pena il sequestro della stessa imbarcazione. A dimostrazione del fatto che a bordo continuano a valere le leggi del proprio Paese. Quindi non serve più di tanto litigare, né evocare scenari millenari per nascondere la realtà giuridica delle cose. Basta solo la fermezza necessaria per esigere il rispetto di regole che hanno un contenuto universale.

ong

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