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Nel dibattito che si sta aprendo in vista del vertice Nato di fine giugno, le cifre sembrano dominare la scena: 2%, 3,5%, fino al 5% del Pil. Obiettivi ambiziosi, in parte condivisi, in parte subìti. L’Italia, come molti altri partner europei, ha chiesto tempo: dieci anni, almeno, per trasformare un aumento quantitativo in una vera trasformazione qualitativa delle sue capacità difensive. Ma la vera domanda è se, in un mondo che cambia ogni sei mesi, abbia senso pensare la difesa dei prossimi dieci anni con gli strumenti (e le metriche) del passato.

È evidente che una base economica solida sia necessaria per ogni sistema difensivo credibile. Ma ciò che sta emergendo, dalle guerre ibride ai conflitti regionali come quello riesploso fra Israele e Iran, è che i nuovi equilibri si giocano anche su un altro piano: quello della tecnologia, dell’innovazione e della collocazione strategica dei territori. E che non sempre più spesa significa più potenza.

La guerra in Ucraina, le tensioni nel Sahel, i nuovi assetti nel Mar Rosso e nel Golfo Persico ci dimostrano che, sempre più spesso, è l’asimmetria a decidere le sorti dei conflitti. Non solo perché le guerre sono ibride, ma perché gli strumenti di guerra stessa stanno cambiando. I droni, le capacità cyber, le tecnologie spaziali e le operazioni di intelligence basate sull’intelligenza artificiale hanno costi operativi molto inferiori rispetto alle piattaforme tradizionali, e in molti casi un impatto ben più significativo. Questo impone alla Nato una riflessione non solo sulla quantità della spesa, ma soprattutto sul suo impiego.

È giusto dunque chiedersi: ha ancora senso fissare target percentuali uguali per tutti, senza tenere conto delle specificità territoriali, industriali e strategiche di ciascun Paese? Quanto vale, in termini reali, la presenza geografica e logistica di una nazione nel contesto euro-mediterraneo, rispetto al solo apporto contabile al bilancio militare? E quanto pesa la posizione geografica dell’Italia – portaerei naturale sul Mediterraneo e sulla proiezione verso Africa e Medio Oriente – in uno scenario in cui la Nato non ha ancora una presenza strutturale sul terreno africano?

Oggi infatti la presenza diretta dell’Alleanza è sostanzialmente limitata a missioni marittime come l’“Operation Sea Guardian” e a partenariati politici con i Paesi del cosiddetto “Mediterranean Dialogue”. Non esiste, a oggi, una forza Nato di terra in Africa o in Medio Oriente. Eppure, proprio quei quadranti si stanno rivelando nevralgici: dalla Libia al Mar Rosso, dal Niger all’Etiopia, fino alla nuova tensione tra Israele e Iran che rischia di trascinare l’intera regione in una dinamica di escalation permanente.

La domanda allora non è solo economica, ma strategica e politica: la Nato può ancora permettersi di affrontare ogni crisi con l’ottica dell’intervento dei singoli Stati o di alleanze ad hoc? O è giunto il momento di una presenza stabile, programmata, condivisa, con visione d’insieme? In fondo, se la Nato è l’alleanza occidentale per eccellenza, dovrebbe pensare in termini globali, non episodici.

Ma c’è un’altra contraddizione che merita attenzione. Gli Stati Uniti, motore e garante della Nato, chiedono agli alleati europei sforzi crescenti fino al 5% del Pil, mentre sul piano commerciale e industriale aprono una guerra di dazi proprio con quegli stessi alleati. La logica del burden sharing non può essere solo finanziaria. Se l’Europa deve investire di più, deve anche poter dire di più. E, forse, è proprio questa la grande sfida che si cela dietro il dibattito sulla spesa.

La questione non è solo quanta spesa, ma quale governance. Perché se l’Europa è destinata a rappresentare uno dei due pilastri della Nato, non può limitarsi a seguire decisioni altrui. Deve costruire, proporre, condividere. Deve fare politica estera e di difesa comune, dentro e fuori l’Alleanza. E, soprattutto, deve saper leggere i nuovi teatri di crisi non come eventi locali, ma come manifestazioni di una transizione globale.

Non si tratta certo di mettere in discussione la Nato, ma è senz’altro il momento di comprenderne fino in fondo la trasformazione. Da alleanza militare difensiva, la Nato è diventata progressivamente uno strumento politico di influenza, di proiezione strategica, di pressione multilaterale, che si muove ormai ben oltre i confini dei teatri operativi tradizionali. È una rete che intreccia sicurezza, tecnologia, diplomazia, economia. E per questo ha bisogno di una governance più strutturata, continua, trasparente, che superi la logica episodica dei vertici annuali per farsi centro decisionale stabile, capace di leggere i segnali del mondo e anticipare le crisi.

In questo quadro, la questione non è solo quella della spesa o della presenza militare, ma della composizione del potere all’interno dell’Alleanza. Perché se è vero che esistono Paesi più pronti, è altrettanto vero che i pesi sembrano oggi diseguali. Alcuni attori impongono priorità, altri le subiscono; alcuni hanno la forza numerica, altri la posizione strategica. Ma entrambi devono contare. Non basta mantenere la fedeltà ai propri valori e agli impegni comuni: è tempo che ogni Stato membro possa contribuire non solo con risorse, ma anche con una voce reale nella definizione degli obiettivi e nella pianificazione operativa.

Una Nato forte è una Nato dove tutti partecipano, non solo al fronte, ma anche alla guida. Dove la deterrenza si costruisce sulla fiducia e la legittimità politica, non solo sul calcolo aritmetico. Dove il peso strategico di un territorio, di un’infrastruttura, di una visione conta quanto il numero di testate o la percentuale di Pil.

Forse è arrivato il momento – anche provocatoriamente – di pensare a un Consiglio Strategico Permanente dell’Alleanza, con rappresentanze dedicate, poteri più equilibrati e processi decisionali più trasparenti. Solo così la Nato potrà affrontare le prossime sfide come ciò che è diventata: non più soltanto un patto difensivo, ma una comunità strategica globale che si confronta col mondo da protagonista.

 

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