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“In Iran non si può fare business, perché non sai mai se stai finanziando il commercio o il terrorismo”. Non è l’ennesimo monito del presidente americano Donald Trump, né del suo falco per eccellenza, il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton. A parlare sotto anonimato sono gli alti ufficiali dell’amministrazione Trump, le ruote senza cui la macchina esecutiva non farebbe un metro. Quelli che i media mainstream descrivono come divisi, indecisi se seguire o meno la linea di politica estera dettata dallo Studio Ovale a ritmo di tweet. E che invece non sono divisi per niente. “Investire in Iran significa dare soldi alla Guardia Rivoluzionaria, che controlla tutti i settori dell’economia” commenta un funzionario dell’amministrazione Usa confermando la notizia del giorno: questo martedì, con un ordine esecutivo di Trump, gli Stati Uniti re-imporranno le sanzioni contro il governo iraniano e chi continuerà a fare affari con Teheran.

Nel mirino del nuovo pacchetto, che gli esperti considerano incisivo sull’economia iraniana, ci sarà anzitutto il settore finanziario. Chiunque venda o acquisti dollari, rial, obbligazioni dal governo iraniano sarà colpito dalle misure americane. Segue l’automotive, vero motore dell’economia di Teheran, inclusa l’aviazione civile, e poi il commercio di metalli preziosi, oro, alluminio, acciaio, carbone. Una seconda tranche scatterà alla mezzanotte del 4 novembre e riguarderà petrolio, energia e banche.

Intanto per le strade di Teheran e altri grandi centri del Paese si sono riversate centinaia di persone per protestare contro il caro-vita. Per il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif si tratta di un sommovimento contro le sanzioni imposte dal nemico americano. Diversa la lettura dell’amministrazione Usa: “le persone non sono scese in piazza contro le sanzioni, ma contro la soppressione delle libertà civili da parte del regime”. “La rabbia delle persone è dovuta a una pessima gestione dell’economia” rincara un altro ufficiale, “invece che spendere i ricavi della vendita di petrolio per il benessere dei suoi cittadini il regime iraniano preferisce investire nelle sue avventure all’estero, finanziando terroristi, dittatori, gruppi affiliati nella regione”.

La ghigliottina americana è arrivata come promesso da Trump, che a maggio ha sfilato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) suscitando l’ira degli alleati, Ue in primis. L’Europa segue con attenzione e spera di portare l’amministrazione Usa a miti consigli. Ma a Washington non sembrano voler contemplare vie di mezzo. Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo sono pronti a tracciare una linea rossa: o state con noi o state con il regime iraniano. In una nota diffusa dalla Casa Bianca il tycoon ha mandato un messaggio alle cancellerie europee. “Invitiamo tutte le nazioni a seguire questa decisione per mettere il regime iraniano di fronte a una scelta: o cambia il suo atteggiamento minaccioso e destabilizzante e decide di reintegrarsi nell’economia globale, o continua nel suo cammino verso l’isolamento economico”. Chiunque decida di continuare a fare business con Teheran, aggiunge il presidente, rischia “severe conseguenze”. Gli fanno eco gli alti funzionari del governo americano: “il nostro obiettivo è ridurre il flusso di denaro che entra in Iran”. Poi una mano tesa all’Ue, che con una nota congiunta dell’Alto rappresentante Federica Mogherini con i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna ha condannato le misure imposte da Washington. “Non siamo particolarmente preoccupati” chiosano gli alti funzionari del governo Usa, e aggiungono: “lavoreremo con tutti i Paesi europei, caso per caso, parlando con le persone chiave”.

Sul Vecchio Continente resta comunque l’ombra delle sanzioni secondarie degli Usa. Tutti gli Stati che direttamente o indirettamente fanno affari con l’Iran sono a rischio. Una bella gatta da pelare per il governo italiano, che dovrà decidere se re-inserire nella legge di bilancio la clausola che permette a Invitalia di operare nei Paesi ad alto rischio (dunque anche in Iran) in qualità di istituzione finanziaria a supporto dell’export. Il business delle aziende italiane con Teheran non è poca cosa. Solo nel 2017, grazie alla sospensione delle sanzioni internazionali decisa dal Jcpoa, l’interscambio con l’Iran è salito del 97% rispetto all’anno precedente, toccando quota 5 miliardi di euro, un primato assoluto in Europa. È probabile però che, costretto a scegliere fra commercio con gli Stati Uniti e linee di credito in Iran, il governo gialloverde troverà quei numeri piuttosto relativi.

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