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Per dieci anni, dalle sue origini più lontane e non istituzionali, il Movimento 5 Stelle ha cavalcato la battaglia del giustizialismo con determinazione e veemenza. Il primo V-Day, quello del 2007 a Bologna, vide la raccolta di 350 mila firme per “Parlamento Pulito”, la proposta di legge di iniziativa popolare che voleva introdurre il divieto di candidatura in Parlamento per i cittadini condannati “in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale”, l’introduzione della clausola del doppio mandato, “nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature”, e la scelta dei candidati nelle mani dei cittadini, non dei partiti, “i candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta” (clausole introdotte poi nel regolamento interno del Movimento 5 Stelle).

L’associazione tra condanne (definitive o no) e incandidabilità a cariche politiche è uno dei pilastri del pensiero pentastellato, che già in tempi non “governativi” aveva sollevato critiche da parte di intellettuali e giornalisti. Uno su tutti, Daniele Luttazzi, che definì demagogica l’iniziativa grillina. “L’illusione alimentata da Grillo – scriveva Luttazzi su MicroMega – è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia”, (qui l’articolo completo). Un imprinting fortemente giustizialista, quello pentastellato, vuoi anche per la vicinanza – perlomeno di spirito – con Antonio Di Pietro (di cui la Casaleggio e Associati gestiva il sito), componente del pool di Mani pulite come sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano e poi fondatore dell’Italia dei Valori, vuoi come reazione a una stagione in cui lo scontro tra politica e magistratura riprendeva corpo e sostanza con un protagonista indiscusso: Silvio Berlusconi, che nel 2008 sarebbe diventato nuovamente presidente del Consiglio col governo Berlusconi IV.

L’inchiesta sullo stadio della Roma, allora, apre “la questione morale anche dentro il Movimento 5 Stelle”, come ha scritto Marco Travaglio nell’editoriale del 14 giugno (“Diversi in che senso?”). La forza (ormai) politica guidata da Luigi Di Maio si deve dimostrare diversa, scriveva il direttore del Fatto, e lo deve fare reagendo allo scandalo come avrebbe preteso per le altre forze politiche, qualora fosse stata all’opposizione. Le dimissioni per Luca Lanzalone da Acea, dunque, sono state chieste e ottenute tempestivamente da Luigi Di Maio, ma ad aprirsi è un’altra questione, interna non solo al Movimento, anche se a questo sicuramente molto cara: come scegliere, selezionare, la propria classe dirigente, gli esperti che aiutino sindaci e parlamentari nella gestione della cosa pubblica, proprio mentre dagli ortodossi del Movimento si alzano voci discordanti proprio sulle decisioni prese in modo troppo verticistico.

Non è un caso, allora, che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede abbia scelto di pubblicare sul Blog delle Stelle, ieri mattina, un post intitolato “I corrotti devono andare in carcere”, in cui si sottolinea “uno dei punti qualificanti del programma di governo”, ossia “la prevenzione ed il contrasto alla corruzione”, per cui “i cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa”. Nessun riferimento alle vicende relative alla costruzione dello stadio della Roma, ma forse una risposta indiretta ai cittadini che si chiedono se il Movimento non sia diventato, in fondo, come gli altri partiti.

Un commento da amico, ma non per questo meno severo, arriva allora da Aldo Giannuli, politologo tradizionalmente vicino al Movimento che si è allontanato dopo la svolta a destra conseguente all’alleanza con la Lega di Matteo Salvini. Giannuli, che nel suo post pubblicato sul sito personale si ribadisce garantista, sottolinea l’incoerenza di un Movimento che mette toppe dopo aver commesso l’errore: “Chi sbaglia paga, trovatemi le mele marce e ve le metto fuori una per una. Ed allora, non ci siamo capiti: che il Capo del movimento metta fuori le mele marce dopo che hanno fatto il danno, non ci interessa nemmeno un po’. Il punto è che le mele devi verificarle prima di metterle nel cesto, soprattutto se il cesto è quello delle mele migliori, che offri come pezzi scelti”. “Se il M5s vuole evitare infortuni anche peggiori di questo – continua Giannuli -, deve in primo luogo abolire immediatamente il ‘regolamento Lanzalone’ (anche per salvare la faccia) poi è necessario un profondo ripensamento sul modello organizzativo che lo regge: con questo modello tutto ‘web e gruppo parlamentare’ non si fa troppa strada”. Un’altra di difficile percorrenza per il Movimento a guida Di Maio.

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