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Goffredo Bettini, leader storico della sinistra romana, sulla breccia dagli anni ‘70, consigliere del Principe (da D’Alema a Veltroni) king maker di Rutelli come sindaco della capitale, per attaccare Matteo Renzi rilancia il pregiudizio anti borghese. Matteo vuole essere il Macron italiano: questa l’accusa. “Ma c’é un ostacolo che riguarda, direi, la storia d’Italia – prosegue nell’intemerata – la borghesia italiana non ha mai fatto una rivoluzione, né tanto meno costruito uno stato repubblicano solido e autorevole”.

Non sentivamo queste cose dai tempi del film di Elio Petri: “La classe operaia va in paradiso”. Pellicola, non a caso, uscita nel 1971. Da allora troppa acqua è passata sotto i ponti. Lo sviluppo capitalistico ne ha progressivamente marginalizzato il ruolo e la consistenza. Oggi alla borghesia appartiene circa l’80 per cento della popolazione italiana. Se questa é una classe maledetta, come sostiene Bettini, allora “lasciate ogni speranza voi ch’intrate.”

Ma per fortuna non é così. Pur con mille contraddizioni, dal dopoguerra ad oggi, l’Italia é progredita. Non si può diventare una grande potenza industriale, se si é governati da una classe dirigente come quella indicata da Bettini. Naturalmente non il mondo migliore possibile, ma nemmeno l’inferno descritto da Dante Alighieri. Ed allora riflettere sui limiti e sulle relative responsabilità richiede, innanzitutto, un bagno d’umiltà. Piuttosto che la giustizia sommaria.

Non si può dimenticare che quando gli intellettuali organici del Pci passavano notti insonni nel tentativo di risolvere le contraddizioni tra il primo ed il terzo libro de “Il Capitale”, erano i cattolici ed i socialisti, con l’insieme delle forze laiche, a sporcarsi le mani. A progettare quelle riforme che, ancora oggi, per quanto superate sorreggono gran parte degli assetti istituzionali del Paese.

Forse si poteva fare di più e meglio, se l’opposizione non avesse fatto mancare il suo contributo, inseguendo il mito del salto palingenetico. Nessuno vuol sminuire il ruolo svolto dalla sinistra in generale e dal Pci in particolare, nel contribuire alla crescita civile dell’Italia. Fu essenziale nel realizzare la costituzionalizzazione del dissenso, che impedì ogni dolorosa avventura. Ma sul terreno di una cultura di governo il suo contributo fu più che modesto.

Vi furono ovviamente delle eccezioni. I “miglioristi” cercarono, in tutti i modi, di cambiare un simile indirizzo. E non é un caso se Giorgio Napolitano, leader di quella componente, raggiunse la vetta delle istituzioni repubblicane. Ma fu l’eccezione che confermava la regola. Quella regola che, ancora oggi, traspare nelle parole di Goffredo Bettini. Che cerca, inutilmente, di rimettere indietro le lancette dell’orologio.

Contrariamente a quanto lui pensa, l’Italia ha bisogno di un partito borghese. O meglio neo-borghese: in grado di rappresentare la maggioranza del popolo italiano. Di farsi paladino dei suoi valori di fondo che sono la laboriosità, l’onestà di chi non ha santi in Paradiso, ma é costretto a competere e rischiare, il senso di responsabilità verso se stesso ed i propri figli. Il pensare che non esistono solo diritti da far valere, ma doveri da rispettare. E potremmo continuare guardando alla quotidianità che ci circonda.

Sarà pure poco eroico, di fronte ai miti dell’assalto al Palazzo d’inverno. Ma certamente più vero. Non siamo in grado di dire se il Renzi-Macron sia l’uomo più giusto per realizzare dare corpo ad un simile disegno. Meglio comunque lui che il ritorno ai vecchi schemi di una sinistra fuori tempo.

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