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Un vertice a Gedda, tre leader, un’intesa che potrebbe ridisegnare gli equilibri di sicurezza tra Golfo, Mediterraneo orientale e Asia meridionale. Oggi l’Arabia Saudita, la Turchia e il Pakistan hanno firmato la “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune”, un accordo che introduce un principio finora estraneo alle alleanze regionali mediorientali: un attacco armato contro uno dei tre Paesi firmatari sarà considerato un attacco contro tutti.

Un vertice ad alto livello nel cuore dell’Islam

La firma è arrivata al termine del vertice per la Difesa Comune, che ha riunito il principe ereditario e primo ministro saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. I due leader ospiti sono giunti a Riad su invito del re Salman bin Abdulaziz, e sono stati ricevuti dal principe Bin Salman nel Palazzo di Safa, alle porte della città santa per l’Islam.

L’incontro non è stato solo la cornice per la firma di un documento: i tre capi di governo hanno passato in rassegna le relazioni bilaterali e trilaterali, discutendo di dossier regionali e internazionali di interesse comune, in un momento in cui gli equilibri mediorientali restano fluidi su più fronti – dal negoziato indiretto tra Washington e Teheran ai dossier yemenita e siriano.

La clausola di difesa collettiva

Il cuore dell’accordo è la clausola che stabilisce come un’aggressione armata contro Riad, Ankara o Islamabad costituisca un’aggressione contro l’intero blocco. Un meccanismo che, sulla carta, richiama la logica dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, sebbene applicato a un contesto geopolitico radicalmente diverso, privo di strutture di comando integrate comparabili.

Il testo dell’intesa richiama esplicitamente:

– I legami storici e i vincoli di fratellanza e solidarietà islamica tra i tre Paesi;
– Gli interessi strategici condivisi;
– La cooperazione difensiva già esistente su base bilaterale.

L’obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi minaccia esterna e sviluppare ulteriormente tutte le forme di cooperazione militare e difensiva tra le tre capitali, elevando il livello di prontezza operativa congiunta.

Perché ora: l’allarme sugli Houthi e le milizie irachene

Il tempismo dell’accordo non è casuale. Poche ore prima della firma, una fonte saudita ufficiale aveva dichiarato ai media arabi che Riad “non esiterà a prendere tutte le misure necessarie” per fronteggiare eventuali aggressioni. La fonte ha citato intelligence saudita e statunitense secondo cui sarebbe in corso un coordinamento tra i miliziani Houthi e milizie irachene, sotto la supervisione dei Pasdaran (Guardia Rivoluzionaria iraniana), per preparare possibili attacchi contro il territorio saudita.

Secondo quanto riferito, Riad avrebbe rilevato il trasferimento di droni e missili compatibile con operazioni coordinate dal nord e dal sud del Regno – un dato che la stessa fonte ha definito “scioccante” alla luce del contesto: l’Arabia Saudita continua infatti a promuovere canali di de-escalation regionale, mentre i negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran mostrerebbero segnali di apertura.

Questa apparente contraddizione – trattative in corso da un lato, preparativi militari dall’altro – è precisamente il tipo di ambiguità strategica che l’Iran ha spesso sfruttato nella regione, mantenendo la pressione tramite attori non statali mentre negozia direttamente sui dossier nucleari e sanzionatori.

Le implicazioni per l’architettura di sicurezza regionale

L’accordo di Mecca introduce diverse variabili di interesse per gli osservatori. Consolida un asse sunnita a trazione saudita-turca-pakistana, storicamente caratterizzato da rivalità (specie tra Riad e Ankara su dossier come i Fratelli Musulmani) più che da cooperazione strutturata. Il Pakistan, potenza nucleare, porta nell’equazione una capacità di deterrenza che nessuno degli altri due Paesi possiede autonomamente
e la Turchia, membro Nato, si troverebbe teoricamente a dover bilanciare due sistemi di alleanza con logiche e obblighi distinti.

Resta da vedere quale sarà l’architettura operativa dell’accordo: comandi congiunti, meccanismi di consultazione, clausole di attivazione. Senza questi dettagli, la Convenzione di Mecca rischia di restare più un segnale politico di allineamento strategico che uno strumento di difesa immediatamente operativo – ma è comunque un segnale che Washington, Teheran e le capitali europee non potranno ignorare.

Il patto della Mecca. Riad, Ankara e Islamabad si legano con una clausola di difesa collettiva

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