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Per la seconda volta in pochi giorni, i Guardiani della Rivoluzione rendono noto che la rivolta che ha agitato l’Iran a partire dal 28 dicembre è stata “sconfitta”. “Il popolo rivoluzionario dell’Iran”, si legge nel comunicato diffuso ieri dai pasdaran, “insieme a decine di migliaia di (milizie) Bassiji, poliziotti e al Ministero dell’Intelligence ha spezzato le catene” della protesta. Viene ribadita quindi la tesi della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei: le manifestazioni sono state istigate, se non addirittura organizzate, da Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Arabia Saudita. Nelle manifestazioni di questi giorni, aggiunge il comunicato, ci sarebbero inoltre le impronte del gruppo della resistenza del MEK e, new entry, i sostenitori della monarchia.

La versione dei Guardiani è stata però contestata dai riformisti. In una dichiarazione siglata da sedici esponenti della fazione riformista, inclusi alcuni parlamentari dell’era dell’ex presidente Mohammed Khatami, si sostiene che nonostante “i nemici del paese provino sempre a trarre vantaggio da simili eventi, dovremmo sapere che ogni forma di interferenza straniera non sarebbe possibile senza l’esistenza di condizioni interne”. L’argomento secondo cui le proteste sarebbero il frutto di un complotto tramato dall’estero viene definito “un insulto” agli iraniani e un segno di “negligenza verso le vere cause” della sollevazione.

La dichiarazione conferma la dialettica interna al regime islamista: se i falchi vicini a Khamenei non sono disposti a tollerare alcun tipo di protesta, preferendo bollare gli eventi di questi giorni come un’interferenza dei “nemici” del regime, i moderati riconducibili al presidente Hassan Rouhani hanno sin dall’inizio mostrato comprensione verso le istanze dei manifestanti. Oggi Rouhani ha ribadito questa posizione affermando che “il popolo giustamente sta dicendo: guardateci, ascoltate le nostre parole”.

La divisione tra le due fazioni è emersa nuovamente in superficie nel palazzo del parlamento, in una sessione speciale a porte chiuse convocata ieri da alcuni deputati riformisti che contestano la tesi del complotto straniero. Nella riunione, durante la quale sono stati ascoltati il ministro degli Interni Abdolrahmani Rahmani Fazli, il ministro dell’Intelligence Mahmud Alavi e il segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale Council Ali Shamkhani, alcuni parlamentari hanno espresso preoccupazione per le misure prese in questi giorni, in particolare le restrizioni su Telegram, la app usata da almeno 40 milioni di iraniani che, secondo gli esponenti più intransigenti del regime, sarebbe usata dagli organizzatori delle proteste per incitare violenza. Secondo l’agenzia di stampa FARS, il blocco di Telegram sarebbe stato “revocato”, contraddicendo quanto detto dallo speaker del parlamento Behrouz Nemati secondo cui le restrizioni saranno tolte solo quando i gestori del servizio avranno rimosso “i canali ostili, anti-iraniani che promuovono i disordini”.

Frattanto, i familiari delle centinaia di persone arrestate in questi giorni si affollano nei pressi delle carceri del paese, tra cui la famigerata prigione della capitale di Evin, in attesa di notizie sulla sorte dei congiunti. Un portavoce della polizia ha fatto sapere che la maggior parte di coloro che sono stati tratti in arresto sono stati “raggirati” dagli organizzatori delle proteste e sarebbero stati liberati su cauzione, aggiungendo però che “i leader della sommossa sono trattenuti in carcere”.

La confusione regna sovrana, dunque, in Iran. Dove secondo Radio Farda – l’emittente americana che trasmette in lingua persiana – la gente continua a manifestare in città come Takestan, Arak, Masjed Soleiman, Mashhad, Qazvin, Rasht, Lahijan, e Khomein.

La necessità di avere un quadro più preciso della situazione nel paese ha spinto ieri il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha chiedere al suo collega iraniano Javad Zarif di venire di persona in Europa: “insieme al capo della politica estera dell’UE” Federica Mogherini, ha dichiarato Gabriel alla tv ZDF, “abbiamo concordato di invitare il ministro degli esteri iraniano, possibilmente” questa settimana. Nel sottolineare che “sosteniamo la libertà di manifestare e che lo stato dovrebbe appoggiarla”, Gabriel ha anche aggiunto che la Germania non seguirà l’esempio di Donald Trump, che sin dai primi giorni delle proteste ha sostenuto le ragioni dei manifestanti e auspicato la caduta del regime. La Germania, ha detto Gabriel, ammonisce contro ogni tentativo di “strumentalizzare i conflitti interni all’Iran”.

Zarif non ha ancora accettato l’invito del suo collega tedesco. Ma ha approfittato di una conferenza sulla sicurezza in corso oggi a Teheran per ribadire la linea del complotto straniero. “Alcuni paesi hanno tentato di abusare degli incidenti” di questi giorni, ha detto Zarif secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa IRNA, aggiungendo che “questi sforzi” falliranno.

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