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Praga, capitale della Repubblica Ceca; cinquant’anni fa, il 5 gennaio, fu teatro dell’allora Cecoslovacchia comunista. Un 1968 partecipe dell’afflato di novità rivoluzionarie che travolsero anche il mondo occidentale; dietro la Cortina di Ferro fu la primavera di Praga, poi stroncata dai sovietici in estate. Una primavera incarnata dalle aperture del regime comunista dello slovacco Aleksander Dubcek. Petr Pithart, avvocato e politico, che ricorda quei giorni: “La gente scoprì improvvisamente un sentimento di solidarietà, anche la volontà di sacrificare qualcosa. Era impensabile fino allora”. La sociologa Jirina Siklova ricorda il ruolo che giocarono intellettuali come Milan Kundera e Vaclav Havel nel congresso in cui chiesero maggiore libertà al regime: “Cominciò con il congresso degli scrittori. La cosa importante fu che l’Unione sovietica non represse subito il movimento. Questo diede a tutti noi l’impressione di poter fare di più di quello che ci sarebbe stato in realtà permesso”.

Ci fu uno scandalo corruzione negli alti vertici militari che arrivò ai giornali e diede l’illusione di una libera stampa, dice lo storico Oldrich Tuma: “I media cominciarono in fretta a fare domande che nessuno avrebbe immaginato possibili anche solo un mese prima. La primavera di Praga fu davvero un evento nazionale legato alle aspettative della società intera”. Aspettative intense e indimenticabili ma di breve durata. Il 21 agosto di quell’anno, le forze sovietiche, bulgare, tedesche e polacche invasero la Cecoslovacchia per ristabilire il regime ortodosso comunista; fu la fine della primavera di Praga.

Askanews / riproduzione riservata 

 

Primavera di Praga, com’eravamo nel 1968. Il video

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