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A maggio del 2017 il New York Times pubblicò un articolo in cui si parlava delle operazioni condotte, dal 2010 al 2012, dalla Cina per eliminare (arresti, ma anche assassinii) informatori utilizzati dalla Cia in territorio cinese. Era uno spaccato tremendo delle condizioni del paese, e un punto sui rapporti tesi tra Washington e Pechino (chi parlava con gli americani è punito fino alla morte). Mancava un dettaglio: come aveva fatto il controspionaggio del Dragone a scoprire il network di fonti costruito dalla Cia?

Un nuovo articolo del Nyt dà la risposta: è stato un ex agente della CIA il cui nome è Jerry Chun Shing Lee, 53 anni, americano di origine cinesi. Lee ha lavorato per l’agenzia dal 1994 al 2007, poi ha iniziato a vendere informazioni a Pechino. Un colpo tremendo per l’intelligence americana, uno dei peggiori fallimenti dell’intelligence USA degli ultimi anni.

Il Nyt riporta che la gola profonda è stata arrestata con l’accusa di aver aiutato il governo cinese a trovare gli informatori con cui Langley aveva creato la rete cruciale per operare in Cina, paese con cui gli Stati Uniti sono in aperta concorrenza economica già da prima delle retoriche aggressive spinte dalla presidenza Trump. Ora che la Cina ha mire globali – da potenza globale – quel network di contatti e informatori sarebbe stato un preziosissimo basamento, che invece è stato praticamente “smantellato in modo sistematico”, scrive il Nyt.

Jerry Chun Shing Lee viveva ad Hong Kong dove aveva un lavoro di copertura in una casa d’aste. È stato arrestato dopo un’indagine condotta per oltre un anno dall’Fbi (l’agenzia che si occupa di controspionaggio per gli americani), lanciata nel 2012 dopo che gli informatori della Cia avevano iniziato a sparire in Cina. Lee era al centro di una caccia alle talpe in cui alcuni funzionari dell’intelligence credevano che ci fossero dei traditori, mentre la maggior parte pensavano che il governo cinese avesse violato le comunicazioni segrete della Cia utilizzate per parlare con fonti straniere di informazioni; il Nyt specifica che la Cia ha sempre pensato che ci fosse stata un’intrusione esterna, magari tramite un’azione hacker, mentre l’Fbi da subito sospettava la presenza di un doppio-giochista interno.

Lee era stato arrestato il 15 gennaio all’aeroporto JFK di New York, rientrato in America dopo 5 anni. Già nel 2012, quando pensò di lasciare l’Oriente con la sua famiglia e tornare a vivere in Virginia, l’FBI condusse ricerche sui suoi bagagli e sulle stanze di albergo in cui aveva soggiornato (alle Hawaii e in Virginia) scoprendo che Lee era in possesso di “materiale non autorizzato relativo alla difesa nazionale”, secondo un comunicato del Dipartimento di Giustizia che ha annunciato l’arresto. Nello specifico, gli agenti avevano trovato due block notes contenenti appunti scritti a mano che contenevano informazioni classificate, inclusi “nomi veri e numeri di telefono di risorse e impiegati della Cia, note operative di riunioni top secret, sedi di riunioni operative e sedi di strutture segrete”. Ma non fu arrestato: a distanza di quasi sei anni, il quadro s’è chiuso.

Chi è l'ex agente Cia arrestato negli Usa per aver venduto informazioni alla Cina

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