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Lunedì i ribelli yemeniti Houthi hanno ucciso l’ex presidente Ali Abdullah Saleh – fino a poche ore prima loro alleato – segnando un episodio destinato a cambiare le dinamiche della guerra civile.

Domenica gli Houthi hanno rivendicato il lancio di un missile da crociera diretto verso un sito nucleare negli Emirati Arabi Uniti, un altro episodio di primo piano. Gli Emirati minimizzano per non sembrare vulnerabili, ma si tratta del secondo lancio del genere nel giro di un mese: a inizio novembre, infatti, un altro missile era stato diretto dallo Yemen sull’aeroporto internazionale di Riad, in Arabia Saudita. Entrambi i lanci sono andati male, intercettati o caduti, ma l’esito è relativo rispetto al contesto politico che c’è dietro (e alla pericolosità potenziale delle evoluzioni del conflitto).

Emiratini e sauditi sono i macchinatori di una nuova politica regionale molto aggressiva contro l’Iran (il cui presidente Rouhani compare nella foto di copertina) che passa anche dallo Yemen – oggi, martedì 5 dicembre, a poche ore dell’inizio della riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo, i due paesi hanno formalizzato la creazione di un altro coordinamento operativo, focalizzato all’ambito militare e alla sicurezza. Sana’a è caduta da oltre due anni sotto l’attacco dei ribelli nordisti, che appartengono a una delle sette dello sciismo e sono collegati a Teheran, così Riad e Abu Dhabi si sono messi alla testa di una coalizione di nazioni arabe sunnite che ha lanciato la riconquista del paese. Gli effetti della missione, voluta dal saudita Mohammed bin Salman – futuro erede al trono ma già innovatore e macchinatore del regno – insieme al suo omologo emiratino Mohammed bin Nayef, anche come primo coordinamento di quella che potrebbe essere una specie di “Nato Araba”, sono stati pessimi, sia in termini di risultati ottenuti (pochi) sia in quelli di impatto umanitario (tanto).

Gli esperti hanno evidenziato che il missile lanciato domenica 3 dicembre potrebbe essere un “Soumar” iraniano, e questo sarebbe una delle testimonianze che quel link tra gli Houthi e Teheran esiste, e si esprime in aiuti militari e nel coordinamento di un obiettivo politico (Soumar è il nome di un villaggio decimato col gas nervino da Saddam durante la guerra Iran-Iraq, e gli iraniani hanno dedicato a quel tragico evento il missile entrato in produzione nel 2015 sulla base di un modello sovietico: non ne esistono di simili altrove, il missile c’è solo in Iran o dove l’Iran ha deciso di trasportarlo). I ribelli hanno interessi locali, ma per ricevere le armi e sostegno devono combattere i nemici iraniani: sauditi ed emiratini, dunque (che poi sono anche nemici Houthi). È in corso quella che viene definita guerra per procura. Anche il missile intercettato dai sauditi il 3 novembre (il giorno ispira i ribelli, si vede) è stato definito da Riad un prodotto iraniano. Le intelligence saudite hanno spiegato che questi sistemi non arrivano in Yemen pronti e confezionati, ma in pezzi: dell’assemblaggio si occupa ditte locali. Ed è un po’ quello che succede in Libano e che Israele sta da anni combattendo: le forze iraniane sfruttano il caos della guerra civile siriana per passare armi sempre più tecnologiche agli Hezbollah libanesi; armi che Israele sa che prima o poi saranno usate contro lo stato ebraico. Secondo i sauditi, addirittura uomini di Hezbollah avrebbero fatto da consulenti agli yemeniti: è anche da qui che nasce il nuovo coordinamento tra paesi del Golfo, guidati da Riad, e lo stato ebraico, sotto l’egida americana — Washington stringe con le alleanze regionali nell’ottica del nemico comune, l’Iran.

Domenica il Corriere della Sera ha pubblicato l’intervista fatta – insieme ad altri giornali internazionali – al ministro degli Esteri saudita a Roma, dove si trova per il Med Forum organizzato dall’Ispi (nota sull’assertività saudita sotto bin Salman: l’Arabia Saudita partecipa e parla a un forum sul Mediterraneo). Opinione di chi scrive: Abdel al Jubeir è trattato quasi con sarcasmo dai due giornalisti italiani che firmano il pezzo perché sanno che tutto quello che dice è finalizzato allo spin politico anti-iraniano, ma le sue parole vanno annotate. Il ministro dice: “Penso che tutti vogliano evitare una guerra, perché tutti perdono in guerra. Si fa la guerra per procura, ma dobbiamo respingere gli iraniani, perché per 35 anni nessuno lo ha fatto”. “Il mondo di Adel al-Jubeir è in bianco e nero. Da un lato c’è un regime virtuoso, l’Arabia Saudita, che vuole pace nel Grande Medio Oriente, è in prima fila nella lotta al terrorismo, combatte la corruzione interna, apre progressivamente l’arcaica società saudita alla modernità (donne alla guida, cinema, musica) e aiuta i regimi in difficoltà come lo Yemen. Dall’altro c’è l’Iran, ’il problema più grande della regione’, sponsor del terrore, agente della destabilizzazione dal Libano alla Siria, regime canaglia e doppio per eccellenza, ‘che cambia a parole ma non nei comportamenti'”, scrive il Corsera.

Dietro a questo terremoto in corso nel Medio Oriente, ci sono anche vari attori esterni che possono anche cambiare le sorti della situazione. Per esempio la Russia: Mosca ha guadagnato grosso credito con la riconquista di Damasco, è un credito detestato nel Golfo, dove si è spinto per rovesciare il regime settarizzando il conflitto, però lo affrontano con pragmatismo. Riad e Gerusalemme dialogano con i russi perché sanno che per raggiungere l’obiettivo in Siria hanno dovuto contare sull’Iran, che rischia di mettere radici nel paese e trasformarlo in un piattaforma d’attacco contro di loro. A Teheran hanno in mente di istituzionalizzare le milizie sciite che hanno difeso Bashar al Assad e trasformarle in uno stato-nello-stato alla stregua di Hezbollah in Libano. È il piano sostenuto dai Guardiani della Rivoluzione, che hanno fatto lo stesso in casa post-1979. Quest’idea però, spiega un saggio di Foreign Affairs, non piace molto a Mosca, che mira più al contenuto politico della vittoria e teme che la presenza iraniana, molto ideologizzata, stia creando troppi problemi con i vicini. Però i Guardiani stanno mandando via via messaggi sempre più chiari utilizzando i propri proxy: e questi messaggi hanno anche la Russia come interlocutore da mettere in allerta. Saleh, il giorno prima di essere ucciso, aveva mollato l’alleanza con gli Houthi per aprire il confronto con i sauditi: pare che Mosca avesse fatto mediazione in questo.

Ecco che cosa sta facendo l'Iran in Yemen e Siria

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