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Esce in questi giorni il nuovo rapporto dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (l’Ispi, il più quotato dei think tank italiani, l’unico tra i primi 50 al mondo per influenza) sugli scenari globali per il 2018: titolo inequivocabile: “Sempre più un gioco per grandi. E l’Europa?”.

Dal 2017 il ritorno delle grandi potenze sullo scenario internazionale è diventato un dato di fatto, è questo la sintesi estrema, brutale delle quasi trecento pagine di analisi. La retorica nazionalista della nuova amministrazione americana abbinata alla sempre maggiore assertività di competitor globali, come la Russia e la Cina, sono i grandi temi; trovare una quadra sul posizionamento dell’UE in questo contesto è la sfida necessaria.

E mentre il multilaterismo continua a perdere pezzi e il sistema internazionale si scompone in “arene regionali sempre più autonome”, crescono le grandi potenze locali. La Cina, per esempio, su cui l’amministrazione americana sta via via cambiando visione, lettura, approccio, nell’ottica di un contrasto a tutto campo della “rival power“.

Se c’è un momento più rappresentativo degli altri per campire l’ambizioni con cui il venerato presidente Xi Jinping vuole lanciare la Cina come riferimento di talune dinamiche globali, quello è stato il discorso al XIX Congresso del Partito Comunista (ottobre 2017), spiega Shaun Breslin – professore all’Università di Warwick, e probabilmente il miglior accademico britannico su ciò che riguarda gli affari cinesi – che ha curato per Ispi il capitolo riguardante il posto che Pechino sta prendendo nel mondo.

Ma per tutto lo scorso anno – dal palcoscenico di Davos, al lancio dell’enorme iniziativa geopolitica “One Belt, One Road” (Obor) – “il marketing politico internazionale degli obiettivi cinesi e del suo modello di grande potenza” ha toccato le massime vette viste finora. Si tratta dello sdoganamento definitivo della Cina come super-potenza.

Xi ai membri del Partito, durante un congresso che l’ha incoronato come leader storico, disse che Pechino “si sta avvicinando al centro della politica globale”: Breslin spiega che nel futuro imminente non ci troveremo ancora davanti a un ordine globale sinocentrico, ma il peso crescente che la Cina sta assumendo renderà complicato per chiunque dirigere gli affari internazionali su traiettorie non gradite a Pechino.

E questa “auto-identificazione” cinese (per dirla con l’autore) come grande potenza è l’enorme novità che arriva dall’Oriente: la Cina è da anni un’economia di primo piano, ma il ruolo politico nella leadership globale finora ha sempre cercato di evitarlo con cautela. Fino all’ascesa di Xi (anche a questo serve il martellante lavoro propagandistico con cui il presidente viene descritto come una specie di semidio: il cambiamento deve essere giustificato, imboccato, alla massa).

Ma che tipo di potenza globale è, e sarà, la Cina? Breslin la definisce “l’antitesi” delle attuali realtà occidentali, e cita un passaggio del discorso con cui Xi ha presentato la Obor: “Non abbiamo nessuna intenzione di interferire con gli affari interni delle altre nazioni, di esportare il nostro sistema sociale e il nostro modello di sviluppo o di imporre la nostra volontà. Nel portare avanti la Belt and Road Initiative, non faremo ricorso a strategie geopolitiche ormai datate”.

È una dichiarazione d’intenti che si scontra proprio con la lettura classica americana del dossier cinese: Washington pensava che un mix di diplomazia, avance sotto il velo del libero mercato e pressione (anche militaresca), avrebbe prima o poi allineato Pechino su una traiettoria compiacente. Due pensatori della politica estera democratica negli Stati Uniti hanno da poco pubblicato un saggio che più o meno arriva a una conclusione selvaggia: abbiamo sbagliato tutto, i cinesi hanno fatto ciò che volevano senza piegarsi né davanti al bastone né alla carota americana.

Come dichiarato nel Libro Bianco sugli aiuti all’estero, nel fornire la propria assistenza “la Cina si attiene ai principi di non imporre condizioni politiche, di non interferire negli affari interni dei paesi beneficiari e di rispettare pienamente il loro diritto a scegliere autonomamente i propri percorsi e modelli di sviluppo” (“Apriremo le braccia alle popolazioni di altri paesi e le accoglieremo a bordo del treno espresso dello sviluppo cinese” disse Xi a Davos lo scorso anno).

Quello dello sviluppo è, secondo Breslin, uno dei campi in cui Pechino vuole principalmente applicare la sua leadership globale selettiva – ossia, una visione che punti non a un sinocentrismo totale, ma solo su certi argomenti e ambiti regionali. Lo è anche perché permette ai cinesi di differenziarsi dalle potenze occidentali, e perché permette a Pechino di mantenersi in linea con la non ingerenza (anche se poi, di fatto, pressioni, molto più economiche che politiche, dietro a questi aiuti ci sono eccome)

La realtà definitiva di questa esplosione cinese sarà che “le diverse reazioni dell’Europa e delle altre potenze occidentali all’ascesa della Cina allo status di grande potenza potrebbero finire per dividere” il fronte-Occidente. Ci sono paesi che accetteranno di partecipare a iniziative cinesi sul piano economico pur mantenendo con Pechino distanze per quel che concerne il grande tema dei diritti umani, o della sicurezza asiatica, per esempio.

E per la Cina sarà perfetto: il Dragone non punta a polarizzazioni, a interventi, a ingerenze; la superpotenza “con caratteristiche cinesi” mira alla creazione di un sistema armonico che possa preservare i propri interessi. Almeno: questa è la visione teorizzata da Xi, poi nell’applicazione pratica si vedrà.

 

Se la Cina si propone come superpotenza in antitesi al modello occidentale

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