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Articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista Formiche

In un’Unione europea che in oltre sessant’anni è arrivata a contare 28 Paesi membri e che si appresta a perderne uno – la Gran Bretagna – non di secondo piano, è sempre più importante chiedersi perché si sta insieme. È l’interesse economico o sono i princìpi e i valori che l’Europa rappresenta e difende? Di certo i padri fondatori dell’Ue, dopo i drammi della Seconda guerra mondiale, avevano anzitutto puntato sui princìpi di libertà, pace e democrazia per scongiurare il ritorno della guerra in Europa. Ed era a loro già chiaro che, senza una adeguata crescita economica e relativo benessere, i princìpi avrebbero potuto vacillare. Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’ingresso dei Paesi dell’Europa centro-orientale nell’Unione europea sembrava – giustamente – un atto dovuto.

Questi Paesi potevano finalmente abbracciare i princìpi del resto d’Europa e aspirare ai relativi standard di vita. Un binomio inscindibile, dunque. Eppure, non è sempre sembrato che i due aspetti fossero sullo stesso piano. Già dai negoziati di adesione, ma molto più negli anni a venire, le riforme a tappe forzate verso forme di democrazia più piena sono state quasi vissute come il fatidico “bastone” a fronte del quale i soldi dei ricchi Paesi occidentali rappresentavano la “carota”.

Una questione mai veramente risolta e che in un’Unione sempre più fragile, divisa e scossa da ventate nazionalistiche e populiste, si ripresenta con ancora maggior forza. A tener banco, oggi, è la questione del Quadro finanziario pluriennale (Qfp) per il periodo 2021-2027. I Paesi membri dovranno decidere a quanto ammonteranno le risorse complessivamente a disposizione dell’Ue senza Londra – mille miliardi di euro nel settennato in corso – e come queste verranno poi suddivise tra i vari Paesi membri. Cresce il malcontento tra i contributori netti, ovvero tra i Paesi – come l’Italia – che versano nelle casse di Bruxelles più di quanto ricevono. E questo in favore soprattutto dei Paesi dell’est, con la Polonia in prima fila dato che nell’intero periodo 2014-2020 incasserà circa 80 miliardi di fondi strutturali. Somme tutt’altro che modeste quindi, che ancora una volta si vorrebbe barattare con il rispetto dei princìpi democratici.

Il governo della nazionalista polacca Beata Szydłoha ha avanzato una serie di proposte che metterebbero in serio pericolo l’autonomia della magistratura e, più in generale, lo Stato di diritto. Un nutrito gruppo di contributori netti, capeggiati dalla Germania, spingono per ancorare l’erogazione dei fondi strutturali per il periodo 2021- 2027 al rispetto dei princìpi fondanti dell’Unione europea. Il messaggio è chiaro: se non rispetti i princìpi, non ricevi i soldi. Inoltre, lo scorso 15 ottobre il Parlamento europeo si è espresso con particolare fermezza sostenendo la possibilità di sospendere i diritti di voto della Polonia in Consiglio. Scontata la dura reazione di Varsavia, con il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski che ha definito scandalosa la decisione degli europarlamentari.

Un clima quindi infuocato che non si raffredderà di certo nei prossimi anni. Rischia anzi di diventare incandescente in prossimità della chiusura dei negoziati per il prossimo Qfp. Peraltro, se mai passasse la posizione tedesca sul Qfp (cosa difficile visti i vincoli dei trattati), i partiti nazionalisti dell’Est Europa non esiterebbero a strumentalizzarla per far crescere l’opposizione verso Bruxelles e puntare ancora più dritti verso riforme illiberali. È proprio questo il rischio che si corre con la logica dello scambio tra soldi e princìpi. Probabilmente questa può sembrare la sola opzione nel breve termine, ma in un’ottica di più lungo termine non è così. Spetta principalmente ai più grandi Paesi membri dell’Ue comprendere le motivazioni del ritorno del nazionalismo, che non riguarda peraltro solo i Paesi dell’est. Bisognerà avere il coraggio non solo di sanzionare, ma anche di presentare grandi progetti di riforma – dal lavoro alla sicurezza – che rendano chiari ai cittadini i guadagni dello stare insieme, nel rispetto dei princìpi condivisi.

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