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Recep Tayyip Erdogan piglia tutto. O, almeno, questo sarebbe il suo sogno. Il presidente turco e leader sempre più islamico e meno moderato ha vissuto giorni di elevata esuberanza e visibilità in politica internazionale, da una parte rispolverando uno dei suoi vecchi cavalli di battaglia, ossia ergersi ad alfiere della causa palestinese, dall’altra seguendo l’agenda indicata dal suo alleato-protettore, Vladimir Putin, anche se con alcuni Paesi, come la Grecia, l’impresa appare ardua.

Gli ultimi tre giorni, il presidente della Repubblica turca, li ha passati in visita ufficiale ad Atene e al telefono, da cui ha chiamato praticamente mezzo mondo, dal re saudita Salman a Papa Francesco, con il quale, per una volta tanto, si è trovato d’accordo. Per il 13 dicembre ha convocato un vertice straordinario dell’Organizzazione Islamica, che ovviamente si terrà a Istanbul e che lancerà la Turchia come capofila di una protesta del mondo islamico contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato ebraico.

Senza sminuire la convinzione ideologica di questo atteggiamento, chi conosce Erdogan sa bene quanto tenga alla causa palestinese per compattare il mondo islamico e diventarne un punto di riferimento, è doveroso ricordare che il capo di Stato di Ankara, al momento, ha almeno altri due motivi per screditare l’ex alleato d’oltreoceano. Il primo ormai lo conosce anche chi non si occupa di Turchia tutti i giorni, ed è l’estradizione di Fethullah Gulen, il suo potentissimo ex alleato, accusato di essere il mandante del golpe fallito del luglio 2016 e ormai il nemico numero uno del Paese che, guarda caso, vive negli Usa dalla fine degli Anni Novanta. Il secondo è il brutto scherzo che Washington gli ha giocato nel marzo scorso con l’arresto del businessman turco-iraniano, Reza Zarrab, che ha iniziato a raccontare agli inquirenti come Ankara abbia eluso per anni le sanzioni contro l’Iran di Ahmadinejad e come i proventi di traffici di oro siano finiti anche nelle tasche di persone molto vicine proprio a Erdogan.

Ma il numero uno di Ankara in questi giorni ha pensato pure all’Europa, anche se a modo suo. Erdogan si è recato in visita ufficiale in Grecia ed erano 65 anni che un presidente della Repubblica turca non lo faceva. Dato il lasso di tempo e soprattutto i trascorsi dei due Paesi, la visita può a buon diritto definirsi ‘storica’. Alla storia, però, rischia di passare anche quanto il leader islamico ha detto al suo omologo di Atene, Prokopios Papoulias, ossia la sua intenzione di rinegoziare il trattato di Losanna, datato 1923, che sancì la fine dell’Impero Ottomano e la nascita della Turchia moderna e che scadrà nel 2023. Erdogan in particolare si è concentrato sui diritti della minoranza islamica turca sul territorio greco a scegliersi i propri rappresentanti religiosi. Se si considerano le dichiarazioni di alcuni suoi ministri, secondo i quali le isole greche davanti alla costa turca devono tornare alla Mezzaluna e le cure particolari (anche a suon di investimenti) riservate all’enclave musulmana in Bosnia, i motivi per preoccuparsi ci sono tutti. L’unica speranza, è che a tenerlo buono ci pensino Putin e gli affari. In grazia della sua posizione geografica, la Grecia è considerata molto interessante sia da Mosca, che condivide con Atene anche vincoli religiosi, sia da Pechino, che ha acquistato il porto del Pireo. Il vero obiettivo del presidente, poi, è influenzare le popolazioni islamiche in tutta Europa in chiave anti occidentale, cosa che ha già iniziato a fare negli scorsi mesi.

La mossa di Trump rischia di dargli una grossa mano.

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