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Quando la Democrazia Cristiana, l’asse e la garanzia dello sviluppo sociale ed economico italiano del secondo dopoguerra, prende in mano la Televisione, nel 1954, questa risulta dominata da elementi appartenenti al fascismo o, più spesso, da gruppi collegati alle tradizionali consorterie private, nazionali e tradizionali. Fu Ettore Bernabei a chiarire che la Tv di Stato garantiva tutto il sistema politico dei partiti ma, soprattutto, garantiva la qualità dei programmi e il rispetto del pubblico, di tutto il pubblico.

La sua Tv era sì “pedagogica”, come si diceva, ma soprattutto aperta al popolo, alle masse da alfabetizzare, al ceto medio da educare, alle famiglie da rinsaldare. E tale da garantire la libertà di espressione di tutto l’arco parlamentare e politico. Anche quando gli chiesero perché aveva buttato fuori Dario Fo, Bernabei disse che l’attore non aveva rispettato il contratto, non era stato certo escluso in quanto comunista, o magari parà della RSI, ancora prima della sua conversione marxista.

La superciliosa boria dei sedicenti “dotti” contro la Rai “di Bernabei” era il marchio che caratterizzava proprio la giusta linea della TV di Stato: stare con i poveri e gli incolti da informare onestamente e, spesso, da alfabetizzare, non con i venditori di formule, sempre in attesa di corrompere il popolo con le mode più pericolose, dal sesso compulsivo alla droga. E dio solo sa quanto, nel disastro morale attuale, è dovuto alla televisione “libera” e falsamente anticonformista. E anche questo accadrà, infatti, ed era stato esattamente previsto da Ettore.

Sul piano storico e politico, Bernabei era un sollecito sostenitore dei partiti e della “repubblica dei partiti”. Il suddetto titolo del classico saggio di Pietro Scoppola, un altro tra i grandi cristiani della Prima Repubblica, rappresentava per Ettore una logica conseguenza della democrazia e del pluralismo. Senza partiti organizzati, che oggi lo snobismo, sempre banale, tende a sminuire e ridicolizzare, non vi è vera rappresentanza popolare, c’è solo la “folla amorfa” dominata e manipolata dal solito leader plastificato e prodotto in serie negli stessi laboratori dove si creano gli spettacoli televisivi della Tv “spazzatura”. Seguire quindi con il massimo rispetto le varie tendenze politiche, ma non obbedire mai ciecamente ai partiti, nemmeno al suo, fu una delle regole auree di Bernabei alla Rai.

Un’altra idea guida fu poi, per Bernabei, il rovesciamento della norma amministrativa della Rai di allora. Due terzi del bilancio ai costi strutturali, un terzo alla produzione di programmi. Fu, grazie a Ettore, il contrario. Il secondo principio fu quello della centralità della famiglia, il nucleo primario degli ascoltatori. Le foto Alinari sulla Rai ci mostrano un apparecchio tra tanti salumi, in Abruzzo, o tra le pecore, altrove. Era l’Italia che cominciava a camminare sulle sue gambe, senza miti nazionalisti e senza servilismi economici e strategici verso i vincitori. Inoltre, la TV di Ettore era adatta alle varie categorie sociali, nessuna esclusa, ma soprattutto alle famiglie, che si riunivano di fronte allo schermo televisivo la sera, dopocena. Con gli anni della direzione Bernabei, la Tv manterrà la differenza tra programmi e informazione, il ruolo subordinato della produzione, affidata ad una specifica direzione, la totale autonomia nella elaborazione dei programmi.

Oggi tutta la programmazione Rai, o quasi, si produce all’esterno. Spariti i tesori di professionalità tra sarte, coreografi, musicisti, attori, tecnici, operai. Una impresa, la Rai oggi, che imita le grandi aziende della Silicon Valley: un ufficio al centro, che detiene il marchio, e tante aziende che dipendono dal management centrale. Una struttura che produce cultura non può funzionare così, la Tv non produce saponette, ma informazione e divertimento.

La Rai di Ettore Bernabei era diversa. Una lezione attuale

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