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Mentre la politica italiana si avvia verso le elezioni, molto probabilmente nel prossimo mese di marzo, le varie forze in campo sono al lavoro per coniugare le legittime aspirazioni di ciascuno con la logica del Rosatellum.

Il centrodestra, da un lato, sta faticosamente articolando una coalizione a tre punte, con in testa Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mentre il centrosinistra, dall’altro, fatica a trovare una quadra con Matteo Renzi dopo la spaccatura che ha diviso i destini di Mdp e Sinistra Italiana da quelli del Partito Democratico.

La quota maggioritaria prevista dalla legge elettorale, d’altronde, spinge a coalizzarsi, sebbene la partita alla fine sarà giocata con una logica proporzionale nella quale ciascuno cercherà di portare a casa un bottino personale. È quest’ultimo aspetto che rappresenta un vantaggio per il M5s, benché per i grillini tuttavia non avere alleati sia, in questa condizione, non un esaltante punto di partenza.

Interessante è di certo la sorte dell’eterogenea area centrista, se non altro per il carico simbolico e culturale, oltre che politico, che detiene, alle prese oggi con l’annoso dilemma di un ritorno verso il tradizionale centrodestra oppure verso una continuità con l’attuale esperienza di governo. È in tale complessa realtà che va interpretata la proposta dei Centristi per l’Europa, recentemente riunitisi in assemblea, volta a collegare la cosiddetta area popolare verso il collaudato spazio politico di centrosinistra.

In tal senso, Pierferdinando Casini, Gianpiero D’Alia, Gian Luca Galletti e Francesco D’Onofrio non contemplano ambiguità, preferendo dare chiaramente un contributo rivolto al Partito Democratico, sia pure evidentemente non appiattito su di esso. Di qui la diversa calibratura del bersaglio rispetto ad Alternativa Popolare di Angelino Alfano e Maurizio Lupi.

Bisogna considerare, al netto delle strategie pratiche delle alleanze, che uno spazio politico del centro può esistere da ambo i lati: se, infatti, è quanto mai necessario che gli elettori conservatori non si trovino costretti ad essere schiacciati su Salvini, è anche molto importante che nel contesto progressista sia fatta valere una moderata e riformatrice idea di Europa popolare, una politica che domani dovrà affrontare comunque scelte difficili le quali non possono seguire il dogma assoluto dell’europeismo ad ogni costo.

A ben vedere è auspicabile che nell’opposta contrapposizione tra populisti, da un lato, e impopolarismo di Bruxelles, dall’altro, si apra uno spazio di proposta politica a favore di una diversa idea di Unione, meno tedesca e più mediterranea, con un ruolo dell’Italia maturo, definito, affidabile e non subalterno a Berlino. Perciò è essenziale che sia garantita nel Centrosinistra una stampella moderata a Renzi, altrimenti destinato ad essere succube di quanto avviene alla sua sinistra in termini anche di politica del lavoro e di immigrazione.

Vedremo, in ogni caso, cosa succederà. La cosa che però sembra oltremodo evidente è che il centro è comunque importante nel nostro Paese, sia che esso opti per un’alleanza di sinistra o di destra. Le ragioni del moderatismo, oltretutto, si riveleranno cruciali quando si dovranno formare maggioranze di governo, ad esempio se fosse necessario ricorrere a coalizioni più ampie rispetto a quelle elettorali.

Il centrismo nell’era del tripolarismo, in fin dei conti, è vivo e vegeto. Anche perché la situazione ha cambiato il senso della politica di centro dall’antica finalità neutralista che aveva nel contesto bipolare a collante del bipolarismo nella fase tripolare. Optare per tenere unito il Paese è, in fondo, il vero senso di chi sta al centro, sia con il centrodestra e sia con il centrosinistra.

Dopodiché gli elettori diranno se e in che misura valga la pena inseguire populismo e impopolarità, oppure un sano e razionale popolarismo democratico.

Le sfide del centro nell'era del tripolarismo

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