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Giuliano Pisapia? “In tutti questi mesi non è stato corretto con Mdp“. Matteo Renzi? “Non ha mai voluto discutere con la sinistra. Al massimo, ne ammette una spuntata“. Massimo D’Alema? “Non vedo perché alle prossime elezioni non dovrebbe tornare in Parlamento“. Parola dell’ex direttore dell’Unità e deputato dei Ds Peppino Caldarola, da poche settimane alla guida di Italianieuropei, la rivista dell’omonima fondazione presieduta da D’Alema. La quale – secondo il giornalista de La Stampa Fabio Martini (qui il suo articolo) – con l’avvento alla direzione di Caldarola è destinata ad assumere un connotato più chiaramente radicale e ad accompagnare il percorso di trasformazione dell’ex presidente del Consiglio in “uomo della sinistra-sinistra“. “Il mio amico Martini è stato malizioso ma in un certo senso ha ragione“, ha commentato il neodirettore di Italianieuropei che, in questa conversazione con Formiche.net, ha fatto il punto della situazione sugli equilibri interni al centrosinistra dopo la rottura tra Pisapia e gli scissionisti del Pd, oggi riuniti in Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. “In tempi diversi – e con responsabilità assolutamente differenti – sia D’Alema che io siamo arrivati alla convinzione che la sinistra debba innanzitutto riconnettersi con la sua base sociale“, ha affermato Caldarola. E quindi? “Deve riprendere lo scontro, non ho paura di dirlo. Una sinistra tradizionale in senso governista oggi, a mio avviso, non serve. Provo a spiegarlo con le parole di Pietro Nenni secondo il quale non bisognava chiedersi cosa facessero i ministri socialisti bensì cosa facessero i socialisti ministri. In questo posporre o anteporre il termine socialista c’è la mission. E’ tutta là“.

Il modo per dire che, oggi, per una certa sinistra non è più un imperativo andare al governo. O meglio, che è giusto andarci solo quando vi sia una comunità di vedute con i potenziali alleati: “D’Alema ha vissuto quella lunga stagione – iniziata direttamente con Enrico Berlinguer – in cui si riteneva che la grande coalizione fosse la salvezza del Paese. Ma su questo punto ha esercitato in questi ultimi anni un’autocritica molto severa. Ormai viviamo in un mondo di contrasti, di scelte nette: o di qua o di là“. Un’evoluzione che però in molti, anche a sinistra, reputano in contrasto con la storia politica dell’ex presidente del Consiglio: “Ma questi ragionamenti non li ha fatti solo nell’ultimo anno, bensì da più tempo. Come tutti i leader della sinistra occidentale, D’Alema ha partecipato alla fase clintoniana della sinistra, caratterizzata, in particolare, da una visione esclusivamente positiva della globalizzazione. Senza considerare però il prezzo interno imposto a larghe fasce della popolazione“. Teoria ormai fortemente contestata dalla sinistra e non solo, cui anche D’Alema ha aderito. E da qui – come ha osservato Martini – è derivata l’idea di dare “spazio ad eroi un tempo impensabili nell’universo dalemiano, come gli arzilli, irregolari leader dell’ultrasinistra socialista e liberal – Jeremy Corbyn e Bernie Sanders – sui quali un tempo sarebbe calato l’eloquente silenzio del mondo dalemiano, sempre realistico e ostile a tutti i sognatori”. Ma qualcosa nel frattempo è cambiato, come ha confermato pure Caldarola: “La sinistra è fatta di tante cose interessanti, ad alcune delle quali vent’anni fa avremmo guardato con un po’ di sospetto: innanzitutto da vecchi uomini come Corbyn e Sanders, che non hanno fatto parte degli establishment e che parlano con i giovani. Oppure anche da Podemos, che non è un fenomeno grillino: è nato da una costola della sinistra e si è affermato gradualmente fino a pareggiare e poi superare il partito socialista“.

Ragionamenti che servono anche a spiegare perché negli ultimi giorni siano definitivamente fallite le trattative tra Mdp e Pisapia che domenica scorsa – nel rispondere per le rime a Roberto Speranza – ha detto di non avere alcuna intenzione di entrare in un partitino del 3%. Un chiaro riferimento a Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti che, dopo aver rotto con il Pd allora guidato da Walter Veltroni, non riuscì neppure a entrare in Parlamento fino al punto di condannarsi all’attuale sostanziale marginalità: “Per ragioni di buongusto Pisapia dovrebbe evitare di parlare di Rifondazione Comunista (nelle cui fila è stato eletto due volte deputato nel 1996 e nel 2001, ndr). E poi non mi pare che il suo movimento stia marciando verso il 30%. Anzi, è fermo allo 0,9: una percentuale evidentemente piuttosto bassa. E comunque non è stato corretto con Mdp“.

Eppure è a lungo sembrato che la sinistra-sinistra – o, almeno, un suo pezzo non irrilevante – vedesse davvero nell’ex sindaco di Milano un potenziale leader. Un ruolo che Pisapia non è mai parso volere fino in fondo, più impegnato nel tentativo di creare un ponte tra il Pd e i movimenti che sorgono alla sua sinistra. “Però – ha affermato Caldarola – mentre c’era una serie di circostanze che potevano far pensare a Pisapia come l’uomo in grado di rappresentare una certa sinistra, nulla gli conferiva il ruolo di mediatore. Anche perché sarebbe stata una funzione piuttosto singolare: per mediare bisogna che tutte e due le parti vogliano discutere“. In questo senso il neo direttore di Italianieuropei non ha lasciato spazio a dubbi: “Non risulta da nessun atto degli ultimi due anni che il Partito democratico voglia discutere con la sinistra. Non sta discutendo neppure ora con la minoranza che è abbastanza spuntata. E anche a loro Renzi concede nulla“. Da questo punto di vista il ruolo di Pisapia, secondo Caldarola, è stato un altro: “Renzi non gli ha affidato il compito di riannodare il rapporto con Pierluigi Bersani e, figuriamoci, con D’Alema, bensì quello di svuotare quest’area. E per un certo periodo Pisapia c’è anche riuscito“.

Ciò però non vuol dire che a sinistra non si stia comunque ragionando di una possibile alleanza con il Pd: “Penso che sia ancora possibile. Non è bislacco interrogarsi sul rapporto da intrattenere con Renzi. D’altronde nella storia non c’è mai stata una forza dinistra che non si sia posta il problema delle alleanze. Ma perché si arrivi a un risultato del genere sono necessarie due cose: una maggiore vicinanza programmatica e che ci sia la voglia di discutere e di rispettare“. Ed è qui, in definitiva, che sorge il problema: “Visto che Renzi vuole fare una coalizione ampia con Pisapia, Emma Bonino e tanti altri, non capisco il senso di questo accanimento nei confronti di D’Alema. Nessuno di questi personaggi è nato ieri: vengono tutti da lontano, hanno avuto ruoli politici anche rilevanti. E allora l’unica spiegazione che mi do è che D’Alema interpreta, anche con i suoi difetti personali, l’essere di sinistra. Renzi vuole dialogare solo con una sinistra sfiatata“.

Una distanza ormai siderale e acclarata sulla quale hanno pesato moltissimo anche i pessimi rapporti personali esistenti tra i due: “D’Alema è un uomo politico a tutto tondo: può anche darsi che alcune persone gli stiano antipatiche ma se c’è un’opportunità o una convenienza politica non ha problemi a passarci sopra“. Un tratto caratteriale, per la verità, non così noto che però Caldarola ha ribadito anche citando due esempi: “Mi ricordo che quando arrivò in Puglia per fare il segretario regionale, lui che era collocato con Berlinguer nominò capogruppo in Consiglio Regionale un giovane compagno legato alla corrente che un tempo faceva parte a Giorgio Amendola. O ancora il mio caso: D’Alema mi ha chiamato alla direzione di Italianieuropei sei mesi dopo esserci trovati su parti avverse in occasione del referendum costituzionale. Io ho votato sì, mentre lui no“.

Ma la decisione rinchiudersi in un recinto esclusivamente di sinistra non denota una sorta di “vocazione minoritaria” da parte di Mdp? O, comunque, non rischia di relegarlo a un ruolo di mera testimonianza? “Che questa forza di sinistra per ora sia debole mi pare una realtà. Però a mio avviso, ormai, non esistono più fenomeni minoritari a vita: la capacità di muoversi della società e soprattutto il ribollire di domande e di proteste possono rendere grandi movimenti che nascono piccoli. E’ la storia di Syriza che ha soppiantato interamente il partito socialista, di Jean-Luc Melenchon o anche di Podemos“.

Un percorso, dunque, abbastanza segnato che però – come peraltro sta avvenendo in Sicilia – rischia soprattutto di aiutare gli avversari del centrosinistra e, quindi, il centrodestra e il MoVimento 5 Stelle. Contestazione che certo si sarebbe mossa alla sinistra-sinistra ai tempi del maggioritario ma ad oggi – secondo Caldarola – difficilmente ricevibile: “Il contributo maggiore all’eventuale vittoria delle destre o dei cinquestelle lo stanno dando le tematiche utilizzate da Renzi. Che, ad esempio, in occasione del referendum ha fatto una campagna elettorale grillina, tutta incentrata sull’antiparlamentarismo. O che, ancora, quando ha parlato di immigrazione, ha usato addirittura una slogan di Matteo Salvini (aiutiamoli a casa loro, ndr). Ma è chiaro che a quel punto l’elettore preferisca votare l’originale e non la fotocopia“. Caldarola, comunque, ha confidato di non tifare contro il Pd: “Se le elezioni le dovessero vincere i dem, per me non sarebbe un giorno di lutto mentre lo sarebbe se la vittoria spettasse ai grillini o al centrodestra. Però non penso neppure che se Pd perderà, sarà per colpa del 3% o giù di lì di Mdp. Innanzitutto perché è il Partito Democratico a non averli voluti e poi perché non si tratta di una cifra tale da determinare l’esito delle elezioni. E comunque in Germania nessuno direbbe che l’Spd ha perso le politiche perché Die Linke è all’8%“.

In questo contesto rientra naturalmente anche la questione della leadership del nuovo movimento (unitario?) di sinistra che dovrebbe nascere da qui alle prossime settimane. Il partito – dicono molti osservatori – non dovrebbe però essere guidato da figure storiche come Bersani o D’Alema, ritenute troppo divisive, bensì da dirigenti più giovani (i nomi che si fanno maggiormente in tal senso sono quelli di Speranza, di Nicola Fratoianni e di Pippo Civati). Qual è in questo senso l’opinione di Caldarola? “In linea di principio ritengo che spetti ai diretti interessati e agli elettori decidere. Detto ciò, sono anche convinto che una generazione debba contribuire in maniera più defilata affinché l’altra generazione possa guidare. I più giovani devono assumersi questa responsabilità mentre chi è più vecchio li deve aiutare“.

E D’Alema, invece, dovrebbe candidarsi oppure no? “Penso di sì, lo incoraggerò a farlo. C’è bisogno di lui. Un conto è ambire a postazioni di governo e tutt’altro riprendersi il diritto a partecipare a un dibattito politico nel luogo più adatto che è il Parlamento della Repubblica. Perché non deve poter partecipare?“.

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