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Quello di Papa Francesco sulla vicenda di Charlie Gard era un giudizio atteso. È arrivato domenica intorno alle 19.30 quando il direttore della Sala Stampa vaticana ha diffuso questa dichiarazione: “Il Santo Padre segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo Charlie Gard ed esprime la sua vicinanza ai suoi genitori. Per essi prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo”. Una dichiarazione così esplicita e diretta su un caso specifico non è affatto scontata. Una presa di posizione che appare come una correzione della linea più sommessa tenuta fino ad oggi dai vescovi inglesi e dal presidente della Pontificia accademia per la vita. Mentre la Cei precisa che gli ospedali cattolici si offrono di ospitare il piccolo Charlie “per potergli dare vita”, Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù (Vaticano), ha già contattato la direzione del Great Ormond Street Hospital di Londra per offrire la disponibilità ad ospitare e assistere il neonato: “Ci siamo allineati alla richiesta del Papa. Non ci sono cure per la malattia di Charlie. Non facciamo miracoli, ma garantiamo accoglienza e amore”. Sulla complessità del caso si era espresso nei giorni scorsi il direttore scientifico dell’ospedale, Bruno Dallapiccola: “A volte è necessario rassegnarsi all’impotenza della medicina”. Dopo le parole di Francesco anche Trump si è detto pronto ad aiutare.

LA VICENDA DEL PICCOLO CHARLIE

Le parole del Papa arrivano dopo mobilitazioni spontanee e veglie di preghiera organizzate da semplici fedeli contro l’eutanasia al piccolo di dieci mesi affetto da una malattia considerata incurabile dai medici dell’ospedale di Londra in cui è ricoverato e che, sulla base di sentenze di tre differenti corti inglesi e della Corte europea dei diritti dell’uomo dovrà essere portato a morte per mezzo del distacco dalla macchina che ne assicura la ventilazione meccanica e della contestuale interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. Nonostante la battaglia dei genitori che avrebbero voluto tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti. Diritto negato. Così come, una volta perso l’ultimo grado di giudizio, gli è stato rifiutato il permesso di portare il figlio a casa per fargli trascorrere le ultime ore coi suoi parenti. Un crescendo di commozione e impegno del popolo cristiano ha sparigliato le carte di chi nella Chiesa avrebbe preferito mantenere toni meno diretti.

BENEDETTO E FRANCESCO, UN PARAGONE

Un paragone, non perfettamente assimilabile ma prossimo, si può cercare in come la Chiesa affrontò le ultime settimane di Eluana Englaro. Anche in quel caso la decisione di sospendere idratazione e alimentazione artificiali fu avvallata dal tribunale. Anche se qualche, sia pure autorevole voce ecclesiastica, invitava ad abbassare i toni della polemica, il mondo cattolico era compatto. Il cardinale Camillo Ruini definì quello di Eluana un omicidio per fame e sete. Nei giorni prossimi all’imminente sospensione dei trattamenti vitali, Benedetto XVI intervenne all’Angelus, definendo l’eutanasia una “soluzione falsa e indegna” ma senza citare esplicitamente Eluana. Non serviva. Aveva generali sul campo, boots on the ground, che combattevano apertamente le battaglie sui “principi non negoziabili”. E non c’era ancora, nel 2009, la cascata ininterrotta dei social network capaci di organizzare campagne a colpi di clic. Come è accaduto nelle ultime ore. Francesco dopo un primo riferimento via twitter alla vicenda di Charlie senza farne il nome – in maniera analoga a quanto fece Benedetto per Eluana –, domenica sera ha deciso di diffondere una nota esplicita e per certi versi inedita. Necessaria forse a correggere qualche voce troppo levigata.

LA LINEA DEI VESCOVI INGLESI

A dettare la linea erano stati i vescovi inglesi già in maggio, quando la parola definitiva della Corte europea era ancora lontana. Parole che sono risuonate nel silenzio quasi totale della Chiesa anglicana, ma non così nette come alcuni avrebbero auspicato. Pur riconoscendo come fosse del tutto comprensibile che i genitori di Charlie stessero combattendo per tentare cure sperimentali negli Stati Uniti, l’arcivescovo Peter Smith a nome della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles sottolineava che “entrambe le parti (genitori che volevano tentare e medici che volevano interrompere i trattamenti, ndr) stanno cercando di agire con integrità per il bene di Charlie così come lo vedono”. Nessun cedimento su idratazione e alimentazione artificiali, che vanno sempre mantenute, perché “non dovremmo mai agire con la deliberata intenzione di porre fine a una vita umana”. Ma subito si aggiungeva: “A volte bisogna riconoscere i limiti di ciò che può essere fatto”. È lo stesso tono utilizzato il 28 giugno dopo la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo che ha confermato la facoltà dei medici di Londra di interrompere le cure. Questa volta i vescovi si pronunciano tramite un portavoce, definendo la sentenza “straziante” e confermando: “In questo caso difficile, tutte le parti hanno cercato di agire con integrità e per il bene di Charlie così come lo vedono”. Una posizione che ad alcuni è parsa eccessivamente di basso profilo. La stessa ripresa da monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, massima autorità cattolica in materia.

IL GIUDIZIO DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

Il 28 giugno Paglia ha citato puntualmente il testo dei vescovi inglesi domandandosi “qual è il bene per questo ammalato?”. Rispondendo: “Dobbiamo compiere ogni gesto che concorra alla sua salute e insieme riconoscere i limiti della medicina, per cui, come ricorda l’Enciclica Evangelium Vitae, va evitato ogni accanimento terapeutico sproporzionato o troppo gravoso”. Nessun giudizio netto. Insisteva sulla necessità di ascoltare la volontà dei genitori, ma aggiungeva: “È necessario aiutare anche i genitori a riconoscere la peculiarità gravosa della loro condizione, tale per cui non possono essere lasciati soli nel prendere decisioni così dolorose”. Quasi una benedizione alle decisioni dei tribunali. Due giorni dopo quelle parole, Francesco interviene via twitter. Senza fare riferimento diretto al piccolo, fa diffondere questo messaggio: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. Ma è domenica sera che il Papa corregge definitivamente la linea, quando chiaramente auspica che “non si trascuri” il “desiderio (dei genitori, ndr) di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo”.

PAGLIA SI “DIFENDE”

Lunedì sera l’arcivescovo decide di rispondere alle critiche con una intervista a Vatican Insider: “Chi dice che il Papa corregge l’Accademia per la vita è in malafede”. Paglia precisa di essere intervenuto solo dopo avere contattato il cardinale di Londra, Vincent Nichols: “Abbiamo innescato un circolo di comunicazione teso al bene delle persone”, sostiene. Ricordando che “staccare la spina ad un malato è una cosa che mi fa ribrezzo”, il prelato ammette che “la posizione dell’Accademia per la Vita sul caso è complessa. Dobbiamo essere attenti a un amore che sia davvero amore e non egoismo, e cioè a capire che quello che la Chiesa chiama accanimento terapeutico va evitato perché non fa il bene della persona”. Quindi auspica che il fervore intorno a Charlie “si possa allargare anche a tutti i bambini che muoiono nel Mediterraneo”, agli “anziani abbandonati e non curati”, ai “minori bombardati” in Medio Oriente.

AVVENIRE E OSSERVATORE IN CAMPO CON DISTINGUO

Avvenire da tempo segue con attenzione la vicenda, generalmente con giudizi forti e non fraintendibili. L’Osservatore Romano uscito sabato sera dedica due articoli a Charlie in prima pagina, incorniciandoli intorno al tweet del Papa di poche ore prima. Uno è del medico Ferdinando Cancelli che evidenzia la “distruttiva cultura dello scarto”. L’altro, molto più sfumato, è firmato da Lucetta Scaraffia che – come aveva fatto Paglia – punta il dito contro i media che cavalcano questa tragica vicenda “facendone oggetto di conflitto ideologico, ulteriore occasione per schierarsi politicamente pro o contro l’eutanasia”. Quindi il dubbio: “Nella straziante vicenda del piccolo Charlie Gard non è questo il problema. La frase, più volte ripetuta, ‘staccare la spina’ evoca immediatamente un atto eutanasico, e non la possibile scelta di porre fine a un accanimento clinico, da sostituire con cure palliative. E se quella spina non avesse dovuto essere mai attaccata?”.

L’EX PRESIDENTE DELL’ACCADEMIA CORREGGE L’ACCADEMIA

Giudizi più netti rispetto alla linea Paglia, quelli di altri vescovi, compreso il neo presidente della Cei, Gualtiero Bassetti (qui e qui), o l’emerito di Bologna, Carlo Caffarra (qui). A invertire clamorosamente la rotta è stato domenica mattina l’ex presidente dell’Accademia per la vita. Il cardinale Elio Sgreccia, che oltre ad essere un ecclesiastico di lungo corso è tra i principali studiosi di bioetica a livello mondiale, in un lungo e articolato intervento ha spazzato via ogni equivoco sulla posizione cattolica da tenere. Altro che accanimento terapeutico. Per Sgreccia sul corpo di Charlie si sta consumando un “accanimento tanatologico”, si è assistito ad “una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo”.

SGRECCIA SCONFESSA I GESUITI

“L’alimentazione-idratazione artificiali in nessun caso potrà considerarsi come terapia”, scrive Sgreccia rilevando i dieci punti critici sul caso Charlie. Parole che suonano come smentita della posizione della rivista dei gesuiti Aggiornamenti Sociali che ha sostenuto il contrario, e pubblico richiamo all’Accademia per la vita a mantenere fermo il punto, dal momento che di quel parere della rivista dei gesuiti è autore anche uno dei nuovi accademici. Poche ore dopo l’intervento di Sgreccia, e gli articoli non definitivi dell’Osservatore Romano, Papa Francesco ha spazzato via giudizi sfumati e concilianti. Sull’onda di quella posizione, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti dove i genitori di Charlie volevano portare il figlio per tentare una cura sperimentale, ha offerto il suo appoggio. Ha twittato: “Se possiamo aiutare un poco Charlie, come i nostri amici nel Regno Unito e il Papa, saremo lieti di farlo”.

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