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Pare che la Apple usi due pesi e due misure quando si tratta di difendere i diritti umani. Solo un anno fa nel febbraio del 2016, quando il governo federale degli Stati Uniti chiese all’azienda di Tim Cook di sbloccare l’i-Phone dell’attentatore di San Bernardino, dalla Silicon Valley si mostrarono irremovibili. Quel braccio di ferro fece il giro del mondo aprendo un dibattito di estrema attualità: cosa tutelare tra il diritto alla privacy dell’utente e il diritto alla sicurezza dei cittadini? La Apple non ebbe dubbi, e decise che quell’I-Phone non lo avrebbe mai sbloccato, tanto che l’FBI dovette aggirare il problema rivolgendosi a un’azienda privata.

In questi giorni si scopre che in Cina, il secondo mercato al mondo per la Apple dopo gli States, il gigante dell’high tech ha cambiato policy aziendale. Da questo momento saranno eliminati dall’App store cinese tutti i Virtual Private Networks (VPN), ovvero i browser privati che permettono l’accesso internet agli utenti senza passare per la censura del governo di Pechino. Una delle aziende leader del settore, l’Expressvpn, si è ritrovata nella casella mail lo scorso 29 luglio un messaggio della Apple dai toni sorprendentemente sereni, da comunicazione di servizio:

Ciao, ti scriviamo per avvisarti che la tua applicazione sarà rimossa dall’App store in Cina perché include contenuti che sono illegali in Cina, la qual cosa non è in conformità alle linee guida dell’App store”.

In altre parole, la Apple non vuole avere problemi con il governo centrale, e quindi si adegua alle regole sulla censura. Non è un caso forse che in luglio l’azienda abbia appena presentato la nuova managing director dei team Apple nella Repubblica Cinese, Isabel Ge Mahe. E che abbia annunciato di recente la costruzione di un centro di raccolta dati nella provincia di Guizhou, amministrato dalla ditta Guizhou Cloud Big Data industry Co Ltd. Una mossa che rientra in un investimento da 1 miliardo di dollari nella provincia, per andare incontro alle richieste di Pechino sulle nuove severe normative sulla cybersecurity.

Il ritiro dall’App Store cinese dei VPN si allinea al “Golden Shield Project”, il programma di censura del governo più conosciuto sotto il nome di “Great Firewall”, avviato dal 1997, cioè più o meno da quando internet è cominciato ad arrivare nelle case. A gennaio il ministero per l’Industria, l’Informazione e la Tecnologia ha pubblicato una nota in cui sosteneva che internet in Cina fosse andato incontro ad uno “sviluppo disordinato” e preannunciava un’iniziativa di 14 mesi, con scadenza a marzo 2018, per “ripulire e regolare l’accesso al mercato dei servizi internet”.

La stretta del governo negli ultimi mesi potrebbe essere una misura precauzionale in vista del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), un evento quinquennale dagli enormi risvolti politici, dove il presidente Xi Jinping cercherà di difendere la sua leadership e mal sopporterà le critiche dei siti web non censurati da Pechino.

Una legge simile è stata approvata nei mesi scorsi nella Russia di Vladimir Putin: la Duma ha infatti approvato misure restrittive contro i fornitori privati di servizi internet (VPN). Come riporta Reuters, in questi giorni è arrivata la firma di Putin sulla legge del parlamento, volta a bandire non solo i network privati, ma anche tutte quelle tecnologie che passano sotto il nome di “anonymizers”, che permettono cioè all’utente che naviga sul web di farlo in via anonima.

Giunta come un fulmine a ciel sereno la notizia dell’adesione della Apple ai criteri di censura di Pechino, si è rovesciata sull’azienda di Cupertino una valanga di polemiche. A cominciare dalla diretta interessata ExpressVpn, che definisce in un comunicato la decisione “sorprendente e sfortunata”, dicendosi “addolorata nel vedere la Apple aiutare gli sforzi della Cina nella censura”.

Sunday Yokubaitis, presidente di un’altra azienda specializzata in software e VPN colpita dalle misure, la Golden Frog, si è detto estremamente sorpreso della mossa di Apple, ricordando come “con grande piacere avevamo sottoscritto un comunicato in supporto della Apple durante la loro battaglia sulla crittografia con l’FBI”. Ora Youkubaitis si aspetta che “la Apple valuti i diritti umani più del profitto”.

Tra le tante accuse al gigante del’hi-tech di Tim Cook, svetta quella di Edward Snowden, l’attivista ed ex informatico della CIA divenuto celebre per aver rivelato nel giugno 2013 i programmi di sorveglianza di massa del governo degli Stati Uniti. Su twitter Snowden ci va giù pesante: “la Apple che aiuta la censura ricorda la collaborazione delle aziende con il regime dell’Apartheid. I dollari non possono lavare via le macchie”.

Ecco come Apple aiuta la Cina a censurare il web eliminando i Vpn

Pare che la Apple usi due pesi e due misure quando si tratta di difendere i diritti umani. Solo un anno fa nel febbraio del 2016, quando il governo federale degli Stati Uniti chiese all’azienda di Tim Cook di sbloccare l’i-Phone dell’attentatore di San Bernardino, dalla Silicon Valley si mostrarono irremovibili. Quel braccio di ferro fece il giro del mondo…

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