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A Milano sabato 20 maggio si terrà la manifestazione “Insieme senza muri”, una marcia a sostegno dell’accoglienza, con la partecipazione annunciata di 700 associazioni, di oltre 70 sindaci ( tra cui quello di Milano, Beppe Sala), di organizzazioni sindacali e poi di Caritas, Acli, strutture del volontariato e della cooperazione sociale e anche personalità del mondo dell’arte e delle professioni. L’occasione è ghiotta anche per i centri sociali e i black bloc che si mobiliteranno in forze.

La connotazione politica dei partecipanti non si limita solo all’area tradizionale della sinistra massimalista ma vede la presenza dei radicali, dei movimenti cattolici e del’intero Pd. Un messaggio forte di solidarietà per i rifugiati e gli immigrati, soprattutto quando il fenomeno assume dimensioni epocali drammatiche, è compreso e condiviso dall gran parte degli italiani, al di là di un semplice schieramento di centrosinistra. Milano, che dal sindaco socialista Emilio Caldara al tempo della Grande Guerra rappresenta il cuore del welfare sociale locale e del volontariato, può essere a pieno titolo il luogo nel quale si avvia una riflessione sui modi possibili e sugli strumenti concreti per governare quella che ormai viene definita una invasione e che richiede, in primo luogo a livello internazional,e una efficace strategia di sviluppo dei paesi di origine del fenomeno migratorio.

Ciò non toglie che vanno apprezzati gli sforzi del ministro dell’Interno Marco Minniti per una più equilibrata distribuzione degli immigrati nel territorio attraverso accordi con le amministrazioni locali. Ma il tema su cui si dovrebbe nello stesso tempo riflettere in termini approfonditi, almeno da parte di chi non ha alcuna volontà od interesse di strumentalizzazione, è che la solidarietà non può essere concepita solo come sfida politica e morale ma impone la ricerca delle soluzioni nella consapevolezza dei limiti oggettivi che incontra l’accoglienza di un numero potenziale illimitato immigrati che, come afferma Lucio Caracciolo sull’Espresso, potrebbero presto in questione nel nostro paese ordine pubblico e pace sociale”.

A parte, mi permetto di aggiungere, le conseguenze sui già precari equilibri politici. E’ altrettanto evidente che se una sinistra riformista e di governo non si ponesse seriamente questi interrogativi e ,soprattutto, non fornisse risposte al di là del giusto “messaggio solidaristico”, sarebbe destinata (non mancano gli esempi) ad un ruolo di comparsa. Ciò verrebbe decretato in primo luogo proprio dalle fasce medio basse della popolazione che pagano il prezzo più alto di una migrazione incontrollata. Non può sfuggire ad un osservatore comune l’avvilente spettacolo di un numero assai elevato di giovani immigrati che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade di Milano. Ma possiamo far finta di pensare che queste persone entreranno nell’arredo urbano come un elemento permanente di folclore o non è più realistico temere che, senza alternative che allo stato non si vedono, trovino rifugio in altre e più temibili attività? E quale potrebbe essere l’impatto del fenomeno nelle periferie dei centri urbani?

Nel frattempo l’Unione Europea ci accusa di essere responsabili di non governare il fenomeno e permette la chiusura delle frontiere dei paesi che dovrebbero farsi carico delle loro quote. Così l’Italia rischia di diventare la “madre di tutti i centri di accoglienza” (che dovrebbero invece sorgere sulle coste del mediterraneo) svolgendo la funzione affidata sul versante orientale alla Turchia che, con una cospicua dote assegnatale dalla stessa Ue e con metodi considerati discutibili, ha bloccato l’afflusso di profughi dall’area medio-orientale, dirottandoli verso la Libia. Con tutto il rispetto non è una soluzione accattivante.

Certo non esistono soluzioni facili per problemi difficili. Ma c’è da chiedersi perché, accanto ad una politica di accoglienza possibile, almeno non ci si interroghi sulla totale problematicità di una vera integrazione ( non distribuendo alle persone il cibo dei maiali) sia in termini di lavoro che di welfare per un numero di persone che non siamo neppure in grado di prevedere e che aumentano di giorno in giorno? C’è la consapevolezza che il manifestarsi di atti di violenza grave di varia natura commessi da un numero esiguo di soggetti (una goccia nel mare degli immigrati) l’orientamento politico del paese potrebbe rapidamente cambiare?

Eppure gli obiettivi al centro della mobilitazione del 20 maggio a Milano sembrano ignorare qualunque criticità in materia. Più permessi di lavoro, eliminazione della BossiFini, introduzione dello “ius soli”, canali regolari di ingresso in Italia per motivi economici. Alcune di queste richieste debbono essere seriamente prese in considerazione, ma pensiamo davvero che semplificare i canali di ingresso garantisca di per sè posti di lavoro ai rifugiati o più realisticamente dobbiamo prendere atto che è il lavoro a mancare oggi nel nostro paese per gli italiani e per gli stranieri?

La manifestazione sembra anche l’occasione per regolari alcuni conti all’interno del Pd e nel governo, perché proprio non si capisce la ragione di indicare la legge MinnitiOrlando tra le norme da rivedere alla luce di parametri politicamente corretti. Saranno attaccati anche Gentiloni e la ministra Pinotti per il possibile intervento dell’esercito italiano per contenere nel Niger l’afflusso di profughi verso il Mediterraneo? In questi giorni non è stata risparmiata nemmeno la questura accusata di promuovere “blitz” per effettuare controlli senza concordarli con l’Amministrazione comunale.

Infine colpisce la rilettura di un’affermazione del presidente del Senato Pietro Grasso, aderente all’iniziativa di sabato, che il 25 aprile scorso a Milano ha dichiarato: “Chi nel suo paese non gode delle libertà democratiche ha diritto di asilo in Italia”. Ineccepibile, soprattutto se pensiamo all’esilio offerto dalla Francia e dalla Svizzera agli esuli antifascisti. Ma c’è fa augurarsi che il presidente del Senato sia consapevole che accogliere chi fugge da guerre e dittature oggi nel mondo (Venezuela compreso) è un compito da affidare alle organizzazioni internazionali, all’interno delle quali l’Italia dovrà beninteso fare la sua parte. Illudere il mondo dei disperati, al di là della buona fede che va riconosciuta alla gran parte di coloro che si prodigano nell’accoglienza e nei soccorsi, produce l’effetto di aggravare il fenomeno e di arricchire i criminali, e non solo gli scafisti, che ne traggono profitto.

GIUSEPPE BEPPE SALA

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