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Il consenso interno non è mai stato il punto di forza di Maurizio Landini. Anni fa, al momento di entrare nella segreteria della Fiom su proposta di Gianni Rinaldini, la sua elezione si infranse inizialmente sul muro del quorum. Un copione che si è ripetuto martedì scorso durante la riunione dell’assemblea generale della Cgil che doveva suggellare l’ingresso dell’ex leader della Fiom nella segreteria confederale. Tradito alla prima votazione dal quorum, Landini è poi passato nella seconda, non senza qualche patema d’animo. E’ stata la componente di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”, invocando il rispetto del regolamento che prevede in prima votazione un quorum dei due terzi dei membri, a costringere Susanna Camusso a far ripetere lo scrutinio. Che questa volta Landini ha sì superato, ma per il rotto della cuffia: sui 329 componenti dell’assemblea hanno partecipato in 166, uno solo in più del quorum, la cui asticella per la seconda votazione scende alla metà dei membri.

Difficile pensare che si sia trattato di un insieme di circostanze sfortunate. Difficile, anche, non rilevare che Landini avrebbe meritato un trattamento migliore, si dice nel suo entourage. Sta di fatto, però, che quello riservatogli dall’assemblea si configura in un certo senso come una nemesi. Seppur indirettamente, era stato proprio Landini, con le sue reiterate richieste di maggiore democrazia interna a suggerire alla Cgil la creazione di questo organismo nel settembre 2015.

Tutte le confederazioni, va detto, hanno fatto la scelta di concedere spazio a giovani, migranti e donne attraverso il meccanismo delle quote. Magari l’intenzione iniziale era buona, ma la verità è che tutto si è risolto in massicce infornate di nominati, cosa che ha rafforzato l’unica componente che non era il caso di rafforzare, quella dei cooptati. Col risultato di rendere sempre più manovrabili gli organismi decisionali.

La scarsa partecipazione al voto di martedì può quindi essere interpretata in due modi: o si tratta di una scelta consapevole oppure è il frutto (avariato) proprio di quel meccanismo di cooptazione che ha catapultato nell’assemblea un personale poco motivato e poco interessato alle decisioni che vengono prese. Un disinteresse che ha trovato plastica rappresentazione nella fuga di massa dal voto.

Ad ogni modo è Susanna Camusso che esce indebolita da questa vicenda: era lei, in quanto proponente, che aveva l’onere di sostenere la proposta di integrazione della segreteria.

Al tempo stesso è evidente che per Maurizio Landini la strada in Cgil sarà tutta in salita, una salita resa ancora più impervia dal debole presidio che l’ex leader lascia nella “sua” Fiom con Francesca Re David (nella foto con Landini), esponente di lungo corso della categoria, a lui legatissima, cui ha passato il timone di segretario.

L’esperienza insegna che una leadership debole, in genere, non aiuta – anzi ha sempre allontanato – la ricerca dell’unità tra le sigle dei metalmeccanici. In questo caso è facile prevedere che la Fiom dovrà sudare sia per star dietro al dinamismo della Fim di Bentivogli sia per contenere l’emorragia di iscritti, delegati e pure di qualche dirigente che si riversa nel sindacato di base Usb.

Nella Cgil si suona su un altro spartito, è vero, ma la presenza di Landini potrebbe comunque far bene al sindacato rosso. Perché la scuola metalmeccanica resta a dispetto del passare del tempo la più impegnativa. E perché i suoi esponenti hanno sempre portato nuova vitalità, sia alla Cgil che alle altre centrali confederali. E di vitalità esse hanno bisogno oggi più che mai, visto che, dopo la scomparsa della concertazione, la ripresa di Cgil Cisl e Uil passa inevitabilmente per un processo di snellimento (stesso discorso vale per Confindustria). Vedremo. Quel che è certo è che col prossimo congresso della Cgil, che si celebrerà nel 2018, si chiuderà il ciclo degli ex-socialisti alla guida del più grande sindacato italiano. Un ciclo che ha segnato una vera e propria mutazione genetica di una componente che in passato si era sempre distinta per ragionevolezza e moderazione. E che invece, a partire dalla segreteria di Guglielmo Epifani, ha impugnato la bandiera del sindacato ideologico e di opposizione.

La riprova viene dalle ultime mosse “politiche” di Susanna Camusso, che, dopo aver dato indicazione di voto per Gianni Cuperlo alle primarie del 2013, si è spesa per Andrea Orlando nella consultazione che il Pd ha tenuto in aprile. Tutto per sbarrare la strada a Matteo Renzi. Un fallimento, in entrambi i casi. Che però non ha portato giudizio. Ora Camusso ha schierato la Cgil (vedi l’intervista concessa a Marco Damilano sull’Espresso del 9 luglio 2017) al fianco di Articolo 1-Mdp, la nuova creatura di Bersani, Speranza e D’Alema, i fuoriusciti del Pd. Un autogol singolare per chi ripete ostinatamente che “sarà il primo segretario della Cgil a non entrare in politica”.

Il punto vero, però, è capire quale Cgil lascerà al suo successore. L’opposizione a Renzi non ha interrotto il crollo degli iscritti tra attivi e pensionati e la malsana idea di orientare i propri iscritti dal punto di vista elettorale, ammesso che abbia mai funzionato, di sicuro funzionerà sempre meno in futuro.

Della Carta dei diritti, che doveva essere il lascito più prezioso dell’era Camusso, si è finito col parlare solo grazie – o malgrado, dipende dai punti di vista – ai voucher (ai quali, bene ricordarlo, la Cgil fino a poco tempo prima della battaglia abolizionista non era così contraria, visto il largo uso che ne facevano alcune su categorie, pensionati in testa), uno strumento che in definitiva valeva meno dell’1% del monte salari complessivo.

Per non parlare del “Piano del Lavoro”, meno credibile perfino del reddito di cittadinanza dei 5Stelle, al cui centro sta l’idea che la soluzione dei mali di un Paese con il 15% di pubblici dipendenti sia lo “stato occupatore di ultima istanza”. Con ciò la Cgil di Camusso si è dimostrato più ideologica di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn. Tutto questo mentre all’interno imperversava – e tuttora imperversa – la caccia ai dirigenti che votano Pd.

Tornando a Landini, è vero che i rapporti con i media, cui l’ex numero uno della Fiom si è sempre dedicato anima e corpo, non si traducono direttamente in consenso interno, ma il sindacato italiano ha uno smisurato bisogno di sentire consenso attorno a sé. Chissà che non sia proprio Landini a risindacalizzare la Cgil.

Maurizio Landini, Francesca Re David

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