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I generali americani hanno proposto al presidente Donald Trump un piano per incrementare il ruolo militare statunitense in Afghanistan, concedendo alla Difesa la possibilità di decidere l’invio di altri uomini (3000 forse) e lasciando mani più libere a livello operativo sul campo. I media americani semplificano: si tratterà di ricominciare la guerra boots on the ground.

CHE FARÀ TRUMP?

Chiamandolo più lievemente ‘uno sforzo’ – che dovrà passare per l’approvazione della Casa Bianca – servirà a domare la rinascita dei Talebani, tornati all’offensiva e ai successi negli ultimi dodici mesi. L’obiettivo, secondo i giornalisti del Washington Post (che hanno avuto informazioni in esclusiva sulla revisione ordinata da Trump e fatta dal Pentagono per la strategia in Afghanistan), è di far arretrare i ribelli jihadisti con il fine di portarli al tavolo di pace in una condizione di minor forza. Non è chiara al momento la volontà del presidente: da un lato potrebbe fare valutazioni di consenso, considerando la guerra in Afghanistan troppo lunga e dispendiosa, sulla linea del disimpegno nazionalistico; dall’altro seguire un’altra linea forte (altrettanto di consenso comunque) che è la severità nella lotta al terrorismo, che potrebbe evocare però anche scenari interventisti. La decisione dovrebbe arrivare entro il 25 maggio, quando Trump parteciperà a un summit Nato; l’Alleanza dal 2011 ha mosso in Afghanistan, per richiesta americana, la più grande operazione della sua storia.

IL RISVOLTO GEOPOLITICO

C’è anche un risvolto geopolitico dietro alla decisione. Aumentare il coinvolgimento contro i Talebani significa anche mandare un messaggio a rivali e alleati. Sui primi: due settimane fa il generale John Nicholson, che guida le truppe alleate in Afghanistan, ha parlato apertamente, con a fianco a lui il capo del Pentagono James Mattis, dei rinforzi che la Russia sta fornendo ai combattenti ribelli. Piuttosto esplicito il posizionamento su due fronti, dunque. Altro tema, gli alleati: se Washington manda più soldati è possibile che chieda un maggiore coinvolgimento anche ai partner Nato. E la questione diventa un tema centrale, di politica interna, in vari paesi già attivamente impegnati, tra questi l’Italia (se ne parlerà più avanti).

LA LOTTA ALL’IS

Il nuovo ruolo americano sottintende anche la possibilità di aumentare i soldati coinvolti nella lotta allo Stato islamico in Afghanistan (che adesso gli americani chiamano Isis-K, dove “K” sta per Khorasan, la provincia califfale che riprende il nome storico di un’area a cavallo tra Afghanistan, est dell’Iran e parti confinanti di Tajikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan). L’IS in Afghanistan si sta creando uno spazio in contrapposizione con i Taliban, innescando una lotta intra-jihad. Domenica il Pentagono ha confermato la notizia dell’uccisione del leader locale del gruppo, lo sceicco Abdul Hasib, e di altri miliziani (tra cui alcuni comandanti) – le prime informazioni erano uscite il 27 aprile. L’operazione è avvenuta nella provincia orientale di Nangarhar (confine pakistano), ed è stata portata a termine dalle forze speciali afghane coordinate dagli americani: è durata oltre tre ore, sono stati usati Apache, velivoli senza piloti, cacciabombardieri F-16 e cannoniere aeree C-130, che hanno stanato i baghdadisti dalle alture montuose dove sono rifugiati. La zona è la stessa in cui è stata sganciata a metà aprile la Moab: secondo alcune ricostruzioni, la super bomba avrebbe imposto un cambio di tattica ai combattenti del Califfato, costringendoli a disperdersi abbandonando i tunnel difensivi; seguendo questa ipotesi (ce ne sono altre che dicono che è stata inefficace), dalle intercettazioni delle comunicazioni successive, gli americani avrebbero appreso della presenza dello sceicco, e così stretto l’assalto. Due Ranger del 75th Reggimento dell’esercito sono rimasti uccisi, forse da fuoco amico, durante la missione – le attività dei Ranger sono anche di illuminare i bersagli da bombardare, e il rischio in aree impervie come quelle del Nangharhar è altissimo.

MESSAGGIO A DI MAIO

Hasib è il secondo dei massimi leader dell’Isis-K che viene ucciso in Afghanistan nel giro di un anno: il primo, Hafiz Saeed Khan, pakistano, è stato eliminato da un missile Hellfire americano. Nel paese la presenza dei miliziani del Califfo si somma a quella dei Talebani: gli americani pensano a incrementare il proprio ruolo per combattere la doppia minaccia, mentre un potenziale primo ministro italiano, Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, ha detto di recente che non ritiene necessaria la presenza italiana al fianco delle istituzioni di Kabul. Gli italiani in Afghanistan hanno contribuito a creare l’impalcatura democratica che a singhiozzi governa il paese, strappato dalla dittatura talebana, e addestrano i militari che compiono le missioni contro i ribelli e i baghdadisti, ma per Di Maio è un posto da “dove dovremmo ritirarci subito”. L’azione che ha ucciso il leader baghdadista è una di quelle operazioni militari contro lo Stato islamico che secondo il leader grillino “non risolvono il problema” in quanto “il saldo delle iniziative militari è sempre negativo, perché colpiscono i civili”. Decapitare i leader permette invece di creare destabilizzazione all’interno del gruppo combattente – che si ricicla, ma deve riorganizzarsi – e ogni colpo assestato è un pezzo di guerra al terrorismo che si chiude con successo: l’8 marzo un commando di baghdadisti si infiltrò in abiti medici in un ospedale militare al centro di Kabul uccidendo 49 persone. Come a Raqqa o Mosul, togliere il controllo del territorio allo Stato islamico è invece di fondamentale importanza. Come combatter i Taliban.

(Foto: Pentagono, base afghana di Bagram, 2016, soldati italiani insegnano ai locali come disinnescare un’autobomba)

Il Pentagono propone a Trump di rafforzare l'impegno in Afghanistan

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