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E’ l’altra faccia dell’insicurezza, quella che non trova megafoni in Parlamento, meno che mai un’eco alle mitiche primarie dei partiti: le priorità della politica, si sa, sono altre. Invece il Censis ha appena fotografato il disagio concreto di un’Italia sfiduciata, che teme di perdere il proprio benessere o di non poterlo raggiungere. Sette italiani su dieci, dice il rapporto rivelatore, hanno paura di scivolare nella scala sociale. “Il capitombolo”, come viene battezzato, ossia il rischio percepito di cadere in basso, tanto si considera incerto il presente. L’84,7 per cento degli interpellati, addirittura, ritiene difficile pure il contrario, cioè salirla, la scala sociale. Fermi tutti, dunque, e mobilità bloccata. Regna l’insicurezza sia nella prospettiva positiva di poter migliorare la propria condizione, sia nel timore negativo di poterla peggiorare.

A conferma del pessimismo nazionale c’è un dato che potrebbe far sorridere -se non fosse invece indice di vero malessere-, perché ci riporta agli anni dei soldi sotto il materasso: l’accumulo della ricchezza in contanti negli ultimi dieci anni è aumentato di 133 miliardi di euro, che corrisponde al triplo del pil (prodotto interno lordo) di un intero Paese come la Croazia. Tanto è seria e grave l’insicurezza percepita che, nel dubbio, non investiamo, non consumiamo, non risparmiamo nelle forme classiche, bensì teniamo il denaro alla nostra immediata portata, perché non si sa mai.

Eppure, la storia dell’Italia è stata di ascesa sociale. Per decenni ogni generazione viveva con la certezza di poter fare meglio dei padri e molto meglio dei nonni. Era l’ambizione di una nazione intraprendente, accompagnata da una classe dirigente che capiva l’importanza del “sogno italiano” (chiamato “miracolo italiano” negli anni di maggior fervore). Anche la pubblica burocrazia mostrava senso dello Stato, anziché l’immobilismo inefficiente e la pigrizia amministrativa che tanto contribuiscono, oggi, alla rabbiosa frustrazione dei cittadini.

Il mix fra istituzioni non all’altezza della società e una crisi troppo a lungo e nel profondo vissuta porta alla fragilità sociale, ai soldi nel comodino di casa, alla sensazione che il nostro futuro sarà peggiore, e non migliore, rispetto a quello dei padri e perfino dei nonni.

Contro la paura c’è un antidoto: la fiducia. La politica deve indicare la strada per far tornare a correre gli italiani e le loro speranze.

(Articolo pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

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