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La tesi dell’articolo scritto a quattro mani da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa è che negli Stati Uniti si sta realizzando una sorta di unione, un “sorprendente ecumenismo tra fondamentalisti evangelici e cattolici integralisti accomunati dalla medesima volontà di un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica” nella presente era trumpiana. E’ la retorica esasperata dell’Armageddon, “una resa dei conti finale tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana”.

LA LOTTA FINALE TRA “NOI” E “LORO”

Insomma, una lotta finale tra “noi” e “loro”, tra il “bianco” e il “nero”. In questo senso, scrivono gli autori, “ogni processo frana davanti all’impellenza della fine della battaglia finale contro il nemico. E la comunità dei credenti della fede diventa la comunità dei combattenti della battaglia”. E, si prosegue, “una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può indurre ad anestetizzare le coscienze o a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria terra promessa”. Si arriva così all’ “ecumenismo dell’odio” che è agli antipodi di quello invocato da Francesco.

E’ IL PENSIERO DEL PAPA

Che questo corrisponda al modo di vedere le cose del Papa non vi sono dubbi. E non è solo perché la Civiltà Cattolica va in stampa previa lettura (e correzione) delle bozze da parte della Segreteria di Stato, né per il rapporto assai stretto che c’è tra Bergoglio e padre Antonio Spadaro, che la Civiltà Cattolica la dirige. Dei tanti pronunciati in questi quattro anni di pontificato, c’è un discorso in particolare che fa intendere che questa è l’idea manifesta di Francesco circa l’insana unione tra evangelici e cattolici sulla via della “battaglia apocalittica”. E’ il discorso pronunciato nel settembre del 2015 davanti ai vescovi americani, nella cattedrale di San Matteo a Washington. Un discorso sottostimato ma decisivo nel processo di cambiamento dei paradigmi che muovono l’azione della chiesa.

“LA CROCE NON E’ UN VESSILLO”

Il Papa, allora, invitò a riporre negli armadi i vessilli esibiti nelle battaglie epiche per l’affermazione dei cosiddetti valori non negoziabili e a uscire dai fortini sempre più simili a ridotte. Certo, nessuno mette in dubbio che “è spesso ostile il campo nel quale seminate”, ma è fondamentale ricordare che “il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del pastore, non ha diritto di cittadinanza nel suo cuore e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente”. E’ l’elemento centrale della conversione della strategia d’azione pastorale e non è un caso che Spadaro e Figueroa scrivano che “un tratto della geopolitica di Papa Francesco consiste nel non dare sponde teologiche al potere per imporsi o per trovare un nemico interno o esterno da combattere”. Da qui, l’esigenza di “fuggire la tentazione trasversale ed ecumenica di proiettare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini”.

L’AGENDA DI FRANCESCO E QUEGLI SPUNTI DIMENTICATI

Francesco, in quella circostanza, chiedeva anche di abbandonare la “predicazione di complesse dottrine”, ma di concentrarsi sulle sfide “del nostro tempo”, tra cui rientrano naturalmente tutte quelle messe in primo piano nell’agenda del corrente pontificato. Insomma, il cambiamento era richiesto e delineato già due anni fa alla conferenza episcopale americana, da oltre un trentennio fieramente – almeno nella sua punta più visibile – conservatrice e propugnatrice delle cultural wars, fieramente avversate invece dal Papa argentino. Guerre culturali che hanno inevitabilmente portato alla saldatura tra “l’integralismo cattolico” e “il fondamentalismo evangelico”, i cui risultati sono appunto “l’ecumenismo dell’odio”.

francesco

Perché Papa Francesco condivide fino in fondo l'articolo di Civiltà Cattolica sui cattolici integralisti (non solo Usa)

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