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Il presidente americano Donald Trump ha incaricato le agenzie governative interessate di consegnare sul tavolo dello Studio Ovale tra 90 giorni una revisione dell’accordo sul nucleare iraniano. Il portavoce Sean Spicer, rispondendo a una domanda sul “se” Trump volesse uscire dal deal, ha detto mercoledì che la Casa Bianca “è consapevole” che la revisione possa portarsi dietro possibili impatti negativi, e l’atteggiamento che Washington terrà in futuro dipenderà dall’analisi ordinata da Trump sulla situazione.

CHE COSA VUOLE TRUMP

L’obiettivo dell’analisi, coordinata dal sempre più centrale Consiglio di sicurezza nazionale, è valutare dove Teheran si sta comportando bene e dove, eventualmente, sta venendo meno ai patti, per “dare raccomandazioni” al presidente su come agire: ci sono ragioni “prudenziali” e va capito se il sollevamento della sanzioni è nell’interesse nazionale americano, dice la Casa Bianca. “A prescindere che si tratti di un’azione economica, politica o militare si pesano sempre questo tipo di azioni” ha detto Spicer, pensando ad eventuali azioni americane se si scoprisse che l’Iran non sta tenendo fede al nuke deal chiuso nel 2015 con il cosiddetto 5+1 – l’organismo internazionale composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito), più la Germania.

LA POSIZIONE DI TRUMP

Trump in campagna elettorale ha più volte attaccato l’accordo, che rappresenta una delle principali legacy internazionali di Barack Obama (lo ha attaccato anche per questo, con un fine puramente elettorale), definendolo “il peggior deal mai negoziato”. Uscire però sarebbe molto complicato, perché si tratta di un’intesa multilaterale (di quelle che non piacciono a Trump, idealmente più portato per accordi bilaterali). In più le eventuali ritorsioni americane avrebbero ripercussioni in una fase elettorale piuttosto delicata in Iran, con le istanze più radicali che si stanno rimettendo in moto anche sfruttando l’aggressività dell’amministrazione Trump. Il Congresso americano ha già preparato leggi speciali per aumentare le sanzioni contro l’Iran – collegate al mancato rispetto dei diritti umani, al sostegno a gruppi terroristici come Hezbollah e ad alcuni test missilistici in violazioni delle regole comuni – ma tutto è stato momentaneamente congelato per via delle potenziali conseguenze negative. Quella espressa da Spicer è una linea notevolmente più prudenziale rispetto ai proclami della campagna elettorale o ai toni guerreschi utilizzati meno di due mesi fa dall’ex Consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

LA VOCE GROSSA DI TILLERSON

Sempre mercoledì però, parlando ai giornalisti dalla Treaty Room del dipartimento di Stato in una conferenza stampa organizzata in fretta, il segretario Rex Tillerson ha messo in guardia sul fatto che “un Iran senza controllo” potrebbe aprire uno scenario simile a quello della Corea del Nord (pallino narrativo del momento), e riferendosi sempre all’approccio tenuto con Pyongyang ha detto che gli Stati Uniti non vogliono trovarsi davanti la prova che la “pazienza strategica” fallisca di nuovo. L’accordo “non riesce a raggiungere l’obiettivo di un Iran non nucleare”, ha aggiunto il capo della diplomazia americana e “ritarda solo il loro obiettivo”, inoltre “l’Iran spende il suo tesoro e il suo tempo destabilizzando la pace”, riferendosi probabilmente ai miliardi di dollari che la Repubblica islamica si è vista sbloccati dopo il deal e alle attività a sostegno di gruppi radicali sciiti. Tillerson nel pomeriggio prima della conferenza stampa aveva partecipato all’annuale U.S.-Saudi Arabia CEO Summit. Possibile che la postura aggressiva del segretario sia legata anche a una doppia motivazione politica (interna per tenere buoni gli animi dei repubblicani più ostili all’accordo che anche per questo hanno creduto in Trump, esterna perché ricostruire le relazioni con i vecchi alleati arabi come le monarchie sunnite del Golfo si porta dietro anche un contrasto agli ayatollah sciiti)?

L’IRAN RISPETTA I PATTI, INTANTO

Paradossalmente, soltanto poche ore prima della presa di posizione aggressiva di Tillerson nei confronti di Teheran, il dipartimento che dirige aveva trasmesso allo speaker della Camera Paul Ryan una lettera in cui dichiarava che l’Iran sta rispettando le prescrizioni del deal. Il controllo continuativo del rispetto dell’intesa, verificato insieme all’Agenzia Onu per l’energia atomica, e l’aggiornamento al Congresso (voluto perché ai tempi della chiusura dell’accordo aveva già posizioni scettiche) è parte stessa dell’accordo e avviene ogni tre mesi: quello di martedì era il primo report trasmesso dall’amministrazione Trump.

DUE APPUNTAMENTI PER VERIFICARE LA LINEA

La doppia linea sostenuta dall’amministrazione – da una parte le parole dure di Tillerson, dall’altra il report del dipartimento di Stato e una posizione più cauta di Spicer – fa pensare che l’intenzione della Casa Bianca non sia quella di uscire dall’accordo o di stravolgerlo, e che più che altro siano in atto attività di pressione verso la Repubblica islamica. La prossima settimana a Vienna ci sarà una riunione dei rappresentati del 5+1 al team di transizione per verificare i progressi del deal. Poi a metà maggio ci sarà la scadenza imposta dal Congresso per confermare il processo di eliminazione della sanzioni. Due appuntamenti importanti, dai quali si potranno avere altri spunti per comprendere le prossime azioni americane nei confronti dell’Iran.

sanzioni, Tillerson

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