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Alexander Alden, già membro della prima amministrazione Trump con incarichi al dipartimento di Stato, al Pentagono e al Consiglio per la sicurezza nazionale, è il favorito per entrare nel team di Marco Rubio diventando il prossimo assistente segretario di Stato per l’Europa, un ruolo che supervisiona migliaia di dipendenti in decine di sedi diplomatiche in Europa e ha un budget operativo annuale di circa 300 milioni di dollari. A rivelarlo è Politico.

Nella prima amministrazione Trump, Alden è stato assistente segretario di Stato facente funzioni al Bureau of Conflict and Stabilization Operations; vice assistente segretario al Bureau of Europe and Eurasian Affairs, occupandosi del rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea e del contrasto all’influenza cinese nella regione; senior director per le tecnologie emergenti e come director per la politica e la strategia di difesa al Consiglio per la sicurezza nazionale; assistente speciale per le politiche del segretario alla Difesa.

Oggi è consulente senior di Palantir Technologies, colosso fondato Peter Thiel e Alex Karp che si occupa di big data per la difesa, uno dei “titoli Trump”, cioè fra quei titoli maggiormente condizionati dal recente ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. È incaricato di espandere la collaborazione con i governi alleati e partner. È anche non resident senior fellow presso la GeoStrategy Initiative dell’Atlantic Council e national security editor della rivista American Affairs.

Cresciuto a Verona, parla perfettamente l’italiano così come il serbo, il croato e il bosniaco. Allievo e amico del politologo Edward Luttwak. Conosce bene Giorgia Meloni, presidente del Consiglio. In occasione della festa della donna, l’8 marzo di due anni fa, in un articolo profetico su Formiche.net, metteva in fila gli altri leader del G7 di allora (dei quali rimane in piedi soltanto il presidente francese Emmanuel Macron considerate anche le imminenti elezioni in Germania e Canada) e scriveva: “Meloni continuerà a svolgere un ruolo di primo piano tanto nella politica nazionale del proprio Paese, quanto sulla scena internazionale a medio lungo termine, il che non si può dire con sicurezza degli altri sei colleghi. Non male, per una underdog che si è fatta avanti contando solo sulle proprie forze”.

A luglio di quello stesso anno, in occasione della visita a Washington di Meloni per incontrare l’allora presidente Joe Biden e sei mesi prima che la presidente del Consiglio comunicasse il mancato rinnovo del memorandum d’intesa con la Cina sulla Belt and Road Initiative, Alden diceva a Formiche.net che con la Cina è “necessario” definire “i limiti della cooperazione economica, i settori strategici che bisogna salvaguardare, settori commerciali che non pongono rischi, e tenere conto delle ampie zone grigie. Bisogna ricordare la lezione appresa dalla dipendenza energetica con la Russia”, aggiungeva. Due mesi prima definiva, sempre a Formiche.net, la decisione italiana come “un test per la coesione del G7 verso la Cina”.

(Foto: frame, YouTube)

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