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Dopo 81 anni, in silenzio, assistiamo alla morte politica della festa della Liberazione. Sì, perché una festa nazionale non è una festa di parte, ma di una comunità.

Le feste nazionali non si impongono, si costruiscono: non basta una legge che le fissi, serve una comunità che le viva condividendone i valori di fondo.

Un compito non facile fin dall’inizio – in questo caso – visto che, tecnicamente, si è trattato giuridicamente di una guerra civile: italiani alleati con stranieri da un lato e altri italiani alleati con altri stranieri dall’altro, con nel mezzo un cambio di regime politico e di accordi internazionali che ha ruotato intorno alla monarchia, poi cancellata dagli italiani con il referendum del 1946.

Ciò su cui si poteva lavorare, per rendere davvero “comune” la festa della Liberazione dalla doppia dittatura nazista e fascista (rimessa in piedi in un pezzo del Paese), avrebbe dovuto essere la vocazione unitaria dei vincitori a favore di democrazia e libertà contro tutti i totalitarismi; non abbiamo fatto la Resistenza per istituire la dittatura del proletariato e neppure per rifondare lo Stato pontificio su scala nazionale: l’abbiamo fatta per diventare una democrazia liberale schierata contro le dittature. Insomma, i vincitori hanno accolto nelle nuove istituzioni anche i vinti, come evoca la nota frase di Vittorio Foa al parlamentare del Msi: “Noi abbiamo vinto e tu sei senatore; se aveste vinto voi, io sarei in galera”.

Qualcosa, con il tempo, è andato storto, e non solo perché un pezzo della destra (marginale) ha contestato questa “comunione”: ormai sono pochissimi e isolati e anche la Presidente del Consiglio è da tempo in scia con i precedenti leader nel riconoscere nella fine del fascismo un fatto ovviamente positivo.

Qualcuno ha preferito, nel tempo, accentuare gli elementi del 25 aprile come festa di parte contro la destra italiana, tanto da pensare che alla destra non fosse neppure consentito di accedere al governo del Paese (non a caso, l’odio per Silvio Berlusconi, artefice invece di questo accesso, supera la sua scomparsa).

Dopo questi segnali evidenti, oggi – seduti sul bordo di una piazza – capiamo di chi è la responsabilità se questa festa muore sotto gli ennesimi insulti contro la Brigata ebraica, le aggressioni contro chi sfila con bandiere ucraine e così via.

Una parte della sinistra italiana l’ha resa la festa contro alcune dittature e non tutte, dandole un significato unilaterale che guarda solo alla destra e alle destre, vere o presunte, costruite dalla narrazione di intellettuali e presunti tali, dai banchi di alcune cattedre a quelli dei circoletti.

Questa espressione della sinistra, nemica della Liberazione come festa contro tutti i totalitarismi, è pericolosa tanto quanto Vannacci e compagnia cantante, perché rischia di dividere l’alternativa valoriale non tra democrazie liberali e autocrazie, ma tra diversi modelli non liberi, alcuni graditi e altri no.

Lo dico da antifascista e antitotalitario: una mutazione genetica dell’idea del 25 aprile che non sorprende, visto che già l’uso elettorale dell’antifascismo e della Costituzione (tra chi dice di difenderla da chi – si narra – vorrebbe distruggerla ogni volta che la si vuole revisionare) ne ha posto i presupposti.

Risuona oggi quanto accadde durante i lavori dell’Assemblea costituente quando, discutendo della norma sul divieto di ricostituire il partito fascista, Togliatti chiese una formulazione più ampia per colpire anche forme nuove di organizzazione dei fascismi.

Dossetti e La Pira fecero notare che allargare le maglie dei partiti antisistema a un generico riferimento totalitario avrebbe potuto far applicare quel divieto anche ai comunisti, che certo democratici non erano e che volevano la dittatura del proletariato sul modello sovietico russo.

A vedere oggi il pasoliniano “fascismo degli antifascisti” tutto torna, compreso il cambio di posizione di Togliatti, che allora ci ripensò subito e si schierò a favore di un testo meno ampio.

E i partiti istituzionali? Hanno troppo bisogno del voto di tutti quelli in piazza per il 25 aprile per sperare di vincere le elezioni del 2027 e quindi prendono in prestito, per l’ennesima volta, la doppiezza di Togliatti, non condannando e non combattendo abbastanza quanto accade.

Per non parlare dell’ANPI, come ci raccontano le cronache e le esperienze personali: due anni fa, a una cerimonia istituzionale in un quartiere romano, una loro rappresentante lesse un foglietto che – con ragionamenti malfermi e parole faticose per lessico e sintassi – condannava il “premierato” mentre si deponeva la corona a chi era caduto per mano dei nazifascisti. Tanto che uno dei presenti mi guardò e disse ad alta voce: “Ma che c’entra?”.

Il tutto, oggi, appare condito con l’arroganza di chi si sente già al governo del Paese perché ha vinto un referendum costituzionale sulla giustizia parlando di tutt’altro, con quella che il presidente emerito della Corte costituzionale (ex PCI), Augusto Barbera, ha giustamente definito una narrazione falsa.

Se non bastasse, ciò sta avvenendo in un clima che sta radicalizzando le discussioni pubbliche e private, nell’università e nella politica, oltre i social media e i confronti umani.

Siamo proprio davanti al precipizio dal quale non ci può salvare né il sovranismo di un pezzo della destra né il populismo da centro sociale di un’ampia parte della sinistra, entrambi rabbiosi e inutili a un grande Paese liberato nel 1945 a costo della vita di donne, uomini e fanciulli: liberato dai dittatori, ma non per essere schiavo di sé stesso.

Perché il 25 aprile non è più la festa contro tutti i totalitarismi

Di Alessandro Sterpa

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