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L’Unione Sovietica, ancora sotto Stalin, aveva deciso di supportare la creazione dello Stato di Israele nel 1947, sperando che i leader socialisti si sarebbero dimostrati vicini all’Urss: così, per lo meno, aveva fatto credere la creazione dei kibbutz, le associazioni volontarie di lavoratori basate sull’egualitarismo. Israele, tuttavia, girò presto le spalle a Mosca, guardando con favore agli Usa e guadagnandosene la protezione. I rapporti russo-israeliani si erano quindi raffreddati già dal 1953, e vennero completamente interrotti dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967. Di nuovo ripresi alla fine degli anni 80, furono finalmente ristabiliti in pieno poco dopo, con l’apertura delle rispettive ambasciate a Mosca e Tel Aviv, nel 1991. Tanti ebrei sono emigrati allora dall’Urss che si sgretolava, gran parte dei quali sono finiti in Israele.

Nel 2000, quindi, appena arrivato al potere, Vladimir Putin cercava di migliorare e intensificare i rapporti bilaterali in ogni campo, dagli scambi commerciali – che aumentarono rapidamente – alle consultazioni politiche, che divennero frequenti anche ad alto livello. Putin si guadagnò così l’epiteto di “vero amico di Israele” da parte del premier Ariel Sharon, nel 2003. Anche 15 anni fa Putin era lo stesso politico di oggi: uno che definisce gli interessi nazionali da un punto di vista pragmatico; non importa se il Paese interlocutore, in un diverso periodo, sia stato un antagonista. Ed è proprio questo l’approccio che ha portato a un avvicinamento effettivo con Israele. È stato Putin a recarsi per primo in Israele nel 2005, ritornandovi poi nel 2012, quando il presidente israeliano Shimon Peres aveva fatto a sua volta visita a Mosca. Da questo momento in poi, non è passato un anno in cui i leader dei due Stati non si siano incontrati da qualche parte, e così anche i loro ministri degli Esteri. In effetti, i legami tra i due Paesi non sono affatto deboli: bisogna ricordare che più di un milione di israeliani (circa il 20%) ha origine russa e in Israele, non a caso, esistono giornali, Tv e radio nella lingua di Dostoevskij; il russo è la terza lingua più diffusa dopo l’ebraico e l’inglese. Anche i rapporti economici sono positivi: le relazioni commerciali sono reciproche e riguardano specialmente il settore dell’industria (in particolare dell’industria agraria) e dell’alta tecnologia. Secondo dati dell’ufficio doganale russo, nel 2015 il fatturato complessivo del commercio tra Russia e Israele ha toccato i 2.344 milioni di dollari, di cui l’export russo ne valeva 1.538 e l’import 806, mentre nel 1991 l’interscambio tra i due Paesi era soltanto di 12 milioni di dollari. Israele, inoltre, si è subito mosso per sostituire la Turchia come meta per i turisti russi, quando i rapporti tra Russia e Turchia erano molto tesi.

Possiamo dunque definirla un’amicizia? Probabilmente sì, con fondamenti culturali ed economici, sostenuta anche dalla comune lotta al terrorismo, per lo più di matrice islamica, ovviamente turbata dall’aiuto russo a Bashar al-Assad in Siria. Malgrado i rapporti della Russia con l’Iran, storico nemico di Israele impegnato in Siria, i due Paesi sono riusciti mantenere un equilibrio circa la questione siriana. All’incontro tra il premier Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin del 21 settembre 2015, finalizzato alla definizione strategica e a una reciproca dichiarazione d’interessi relativi alla guerra in Siria, è stata raggiunta un’intesa di massima sulle zone d’intervento dei reparti militari russi e sulle zone d’influenza, che sono state rinnovate negli incontri del 2016. L’anno scorso si sono poi tenuti i festeggiamenti per i 25 anni della ripresa dei pieni rapporti diplomatici tra Russia e Israele, con le visite ufficiali di Netanyahu in giugno a Mosca e di Dmitrij Medvedev a novembre in Israele, accompagnate da dichiarazioni di amicizia reciproca. All’inizio di novembre, a Mosca, si è anche tenuta una conferenza internazionale per la lotta all’antisemitismo, con un’ampia partecipazione di organizzazioni e personalità ebraiche, a cominciare dal Congresso ebraico mondiale. I tesi rapporti degli Usa di Obama, sia con Israele (ricordiamo la storica astensione degli Stati Uniti all’Onu, grazie alla quale il Consiglio di sicurezza ha approvato una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania) sia con la Russia, fanno ora unire i due Paesi con un’unica speranza, e cioè che con Donald Trump la situazione si distenda per entrambi. Ma nel frattempo la Russia sta recuperando terreno a vista d’occhio in Medio Oriente, mentre gli Usa hanno raccolto una serie di insuccessi e pare non vogliano impegnarsi troppo. Israele ha quindi bisogno di Mosca, o meglio, deve trattarla come amica.

Evgeny Utkin – Economista e analista geopolitico, vicedirettore di Eurasia News

Articolo pubblicato sul numero di Formiche di Febbraio

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