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È tempo di separazioni. Alla vigilia dell’inizio della Brexit, il Parlamento della Scozia ha approvato la mozione che permette al governo autonomo di negoziare con Londra un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. Con 69 voti a favore e 59 contro, la Camera di Holyrood (Edimburgo) ha approvato la proposta del primo ministro Nicola Sturgeon (qui il ritratto di Formiche.net) per promuovere una nuova consulta tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019. La sessione è durata sette ore.

L’OBIETTIVO DI STURGEON

Sturgeon ha difeso il diritto degli scozzesi di poter “scegliere tra la Brexit o diventare un Paese indipendente”. “La Scozia, come il resto del Regno Unito, si trova a un bivio. […] Il Paese andrà verso un cambiamento profondo e significativo”. Il leader del Partito nazionalista scozzese (Snp) ha difeso il referendum una volta che i termini della Brexit siano chiari. Sturgeon ha avvertito che se Londra rifiuta di negoziare, dopo Pasqua si annuncerà un nuovo piano per “compiere la volontà espressa dal Parlamento scozzese”. Il governo britannico ha lasciato intendere di non voler negoziare un nuovo referendum in Scozia. A settembre del 2014, il 55,3 per cento degli elettori scozzesi hanno votato a favore di restare nel Regno Unito.

LA SECESSIONE DURANTE LA BREXIT

Per il segretario di Stato per la Scozia, David Mundell, “non è giusto fare un referendum in mezzo al processo dell’uscita dall’Unione europea. […] I cittadini devono sapere, in caso si celebri un referendum, quale sono le opzioni e le alternative”. Nonostante l’iniziativa del Partito nazionalista scozzese, gli scozzesi sembrano voler restare nel Regno Unito: l’ultimo sondaggio di YouGov indica che il 57 per cento degli abitanti è a favore della permanenza, mentre il 43 per cento vuole l’indipendenza.

I COSTI DI APPARTENERE AL REGNO UNITO

Ma al di là delle tensioni politiche tra Londra e Glasgow, gli analisti si concentrano sull’aspetto economico: quanto può costare al Regno Unito l’indipendenza dagli scozzesi, una volta fuori dall’Europa?

Il ministro scozzese per le Finanze, John Swinney, aveva elaborato nel 2014 un report nel quale indica che appartenere al Regno Unito costa a ogni scozzese circa 1.073 euro l’anno. Una quantità di denaro che toglie “opportunità significative in termini di crescita, occupazione e aumento della ricchezza perché la Scozia è legata alle decisioni del Regno Unito”, ha detto il ministro. Invece, secondo l’Istituto di studi fiscali britannici, la secessione avrebbe un effetto immediato sui conti pubblici: l’indipendenza della Scozia può costare una riduzione del 0,8% del Pil del Regno Unito e dell’1,9% della Scozia.

“Un voto a favore dell’indipendenza può portare con sé grandi opportunità economiche. Un voto a favore dell’indipendenza ha il potere di trasformare e riequilibrare in maniera decisiva l’economia scozzese, migliorando le prospettive per l’occupazione, la sicurezza del lavoro e la prosperità a ogni livello della società”, sostiene lo studio. Le soluzioni sono a lungo termine, ma hanno acquistato ancora più senso dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

IL PETROLIO SCOZZESE

Un altro report del Centro di studi fiscali britannico si concentra invece sul breve periodo. Per questo le conclusioni sulle conseguenze economiche dell’indipendenza scozzese sulla politica fiscale sono meno ottimiste: l’aumento delle tasse o il taglio alla spesa potrebbero incidere su una riduzione del Pil dello 0,8% nel Regno Unito e dell’1,9% in Scozia fino al 2021, in caso venisse confermata la volontà di indipendenza di Glasgow.

Il Regno Unito è il maggiore produttore di petrolio dell’Unione europea. Conta su una riserva di circa tre miliardi di barili. Secondo un rapporto dell’Energy Information Administration americana, nel 2013 il Regno Unito ha prodotto 916mila barili al giorno, la cifra più bassa dal 1980. Negli ultimi anni l’estrazione di greggio si è ridotta considerevolmente. Nel 1999, la produzione era di 2,98 milioni di barili al giorno, nel 2005 di 1,86 milioni e nel 2010 di 1,4 milioni.

IT’S SCOTLAND’S OIL

Circa il 90% del petrolio è nel mare del Nord della Scozia. Se l’economia scozzese fosse indipendente, il 15% sarebbe sostenuto dalla produzione di petrolio. Edimburgo sostiene che ci sono diversi scenari di ingressi fiscali per il petrolio. Il più ottimista indica un bilancio di 38,7 miliardi di sterline (47 miliardi di euro) nei prossimi anni. A Londra, invece, si parla di meno della metà: 17,6 miliardi di sterline. Comunque, i giacimenti petroliferi alimentano la speranza della secessione scozzese.

Questa non è la prima volta che il petrolio è legato alla questione indipendentista. Dal 1851, quando James Young cominciò la produzione commerciale del petrolio nel Midland, gli scozzesi discutono sulla paternità delle risorse energetiche.

Fondamentale per il movimento indipendentista della Scozia è stata la scoperta dei giacimenti nel mare del Nord. Secondo un articolo dell’Economist, per i nazionalisti è stato un motivo in più di risentimento nei confronti di Londra e un altro argomento a favore dell’indipendenza. “Nel 1967 il Partito nazionale scozzese (Snp) riuscì a entrare per la prima volta a Westminster dopo un’elezione straordinaria nel collegio di Hamilton. Nel 1974 il partito contava 11 deputati, guadagnati in gran parte grazie al successo dello slogan “It’s Scotland’s oil” (È il petrolio della Scozia)”, ricorda il giornale.

IL VALORE DEL WHISKY

Ma l’economia della Scozia è più varia. Un rapporto dell’Associazione di whisky scozzese (Swa) indica che l’industria del whisky produce 4,3 miliardi di sterline (5,2 miliardi di euro) e dà impiego a 200mila persone. Il 20% delle esportazioni è diretto negli Stati Uniti e il 37% nell’Unione europea. Gli imprenditori del settore si sono impegnati a lavorare con le autorità locali per incrementare lo sviluppo economico, nel caso la Scozia lasciasse il Regno Unito.

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