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Seconda parte di un’intervista in tre puntate a Suor Anna Monia Alfieri, firma di Formiche.net ed esperta di politiche scolastiche. La prima puntata è consultabile qui, la seconda qui

Quali sono i mali del sistema scolastico italiano a suo avviso?

Vedo la fatica ad abbandonare le scelte di comodo che hanno ridotto il nostro sistema scolastico a classista, regionalista e discriminatorio. Classista nella misura in cui non permette anche al povero di esercitare la libertà di scelta educativa in un pluralismo formativo. Regionalista nel senso che, rispetto ad una regione come le Lombardia, che è ben oltre i parametri europei OCSE, abbiamo ad esempio la Campania e la Calabria molto al di sotto. Infine discriminatorio, innanzitutto nei confronti della classe docente che – a fronte dell’esercizio del diritto alla libertà di insegnamento – si trova, a parità di titolo, a dover percepire uno stipendio inferiore se sceglie di insegnare in una scuola pubblica paritaria rispetto alla scuola pubblica statale. E poi  verso gli studenti portatori di handicap ai quali, se scelgono la scuola pubblica paritaria – che per legge dello Stato Italiano fa parte del sistema scolastico di istruzione – non verrà riconosciuto il docente di sostegno come avverrebbe presso la scuola pubblica statale.

Lei è la coautrice del saggio “Il diritto di apprendere. Nuove linee di investimento per un sistema integrato” con la prefazione dell’ex ministro Stefania Giannini, che nel frattempo è stata sostituita da Valeria Fedeli. Perché c’è stato questo avvicendamento secondo lei?

Devo dare atto a Giannini di aver agito e parlato con onestà intellettuale, anche a proposito del “costo standard di sostenibilità per allievo”. Sappiamo, poi, che le forze corporative organizzate mettono al primo posto gli operatori e non certamente gli studenti e neppure le famiglie. Auspico che la nuova ministra possa agire ugualmente con libertà di pensiero e senso di giustizia che le faccia distinguere tra il bene di parte, quello dei lavoratori, e il bene comune di tutti i cittadini, studenti e genitori compresi, di specifica responsabilità politica e governativa.

Come valuta i primi atti di Fedeli da ministro della Pubblica istruzione?
Il 14 Gennaio 2017, con decreto del Presidente del Consiglio, è stata approvata in via preliminare la “Nota metodologica relativa alla procedura di calcolo per la determinazione dei fabbisogni standard ed i coefficienti di riparto degli fabbisogni stessi per le funzioni fondamentali dell’istruzione, del territorio, dell’ambiente, dei trasporti, nonché per altre funzioni generali delle province e delle città metropolitane”. Il decreto è stato adottato a norma del decreto legislativo n.216 del 2010 che prevede il superamento graduale e definitivo della cosiddetta “spesa storica”.

Cosa vuol dire?

D’ora innanzi i trasferimenti dallo Stato agli enti locali verranno fatti tenendo conto dei costi standard, mentre oggi si fa riferimento alla spesa storica, cioè a quanto “normalmente” si è speso l’anno precedente e quelli addietro, che è un pozzo senza fondo e – come si dice – grida vendetta al cospetto di Dio. Passaggi che si trovano nel saggio citato “Il diritto di apprendere”. Lo considero un passo significativo verso una sana concorrenza fra la scuola pubblica statale e paritaria sotto lo sguardo garante dello Stato.

Non c’è il rischio che la sua proposta porti le scuole a livellarsi al ribasso, anziché a migliorare?

Assolutamente no: è esattamente il contrario. Il “costo standard di sostenibilità per allievo” rende evidente l’apporto economico che ogni ragazzo fa attribuire alla scuola prescelta. In questo modo viene rafforzato il “potere di contrattazione della domanda e della scelta operata da allievi e famiglie”. Sappiamo che la qualità non è garantita dal solo produttore, ma da una corretta e libera interazione tra domanda e offerta. La libera scelta della famiglia non può che certificare e incentivare il miglioramento continuo delle scuola.

Quindi non vede il rischio di uno scadimento della qualità?

No, anzi. Il “costo standard di sostenibilità per allievo” offrirebbe risorse certe a tutte le scuole pubbliche, evitando gli sprechi. Inoltre, rafforzerebbe la loro autonomia e introdurrebbe inoltre una sana concorrenza, mirata al miglioramento dell’offerta educativa, di cui la scuola pubblica italiana, statale e paritaria, ha urgente bisogno.

In un contesto del genere come sarebbe possibile assicurare l’adeguata preparazione del corpo docente? Non c’è il pericolo di una corsa al ribasso?

Il non facile equilibrio tra prezzo e qualità vale non solo per le scuole, ma anche per i docenti e per ogni prestazione professionale. Docenti troppo cari possono anche rimanere disoccupati, scuole troppo dequalificate restano senza utenti. La qualità è data, appunto, dal più efficace rapporto tra costi e risultati, ma questo non è scontato una volta per tutte, ma costruito giorno per giorno in uno sforza continuo e professionale.

Infine, come garantire una corretta concorrenza tra le scuole?

Mi pare che la paura e il pregiudizio ideologico che qualche scuola possa essere più qualificata delle altre è stato superato anche tra le scuole statali. Finalmente anche nelle statali c’è spazio per maggior dedizione dei singoli docenti, (con un bonus apposito di riconoscimento), e per un maggior coinvolgimento anche economico delle famiglie e delle aziende che posso versare contributi volontari, diventati finalmente legali e opportunamente incentivati con detrazioni apposite. Una volta definito in trasparenza il “costo standard di sostenibilità per allievo” a garanzia della giustizia per tutte, si apre lo spazio per una libera e costruttiva concorrenza tra le scuole, con il sostegno spontaneo delle famiglie e delle comunità, per la migliore formazione possibile per i propri figli e i propri allievi.

Perché il costo standard è l'unica soluzione per il futuro della scuola italiana

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