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Il nostro è stato per tanti anni, e continua ad esserlo, un paese fortemente ideologizzato. Col tempo alla cultura marxista, settaria e antiliberale ma in alcune punte anche seria, si è sostituito, un vago ma pervasivo progressismo fra il “politicamente corretto” e il “giustizialista”. È esso che attualmente domina e controlla il nostro conformistico (anche nel senso che è fatto di luoghi comuni e ragionamenti irriflessi) dibattito pubblico.

Una elementare, diffusa e popolare “cultura politica” si autoriproduce senza interruzione nei media, nell’editoria e nel mondo della formazione. Le scuole soprattutto sono la maggiore roccaforte della trasmissione di questa cultura alle giovani generazioni. L’ennesima riprova è venuta, anche quest’anno e forse più ancora degli ultimi e precedenti, dalle fantomatiche tracce per il tema d’italiano dell’esame di maturità (che è ormai, piuttosto che il rito di passaggio che simbolicamente è sempre stato, solo un alquanto inutile e dispendioso dispositivo burocratico che alla fine promuove quasi tutti).

Tanto per cominciare, l’omaggio ad Umberto Eco non poteva mancare: era del tutto prevedibile perché: nessuno più di lui ha contribuito a forgiare, sicuramente con acuta intelligenza e genialità, quel pensiero mainstream che ha saputo unire, facendosi “egemonia”, il colto e il popolare, la tradizione e il progresso. Basti pensare al fatto che nelle scuole circola un manuale di filosofia firmato da Eco ma di cui egli è autore solo di poche parti (e nemmeno originariamente concepite per il libro in questione). Una sorta di marketing scolastico!

Omaggiato Eco, occorreva poi benedire alcune categorie centrali nella retorica del politically correct (che, come è noto, ragiona sempre per categorie e mai per individui). Quale occasione più ghiotta che quella di celebrare il settantesimo anniversario del voto alle donne, mettendo insieme la retorica femminista e, indirettamente, quella costituzionalista e resistenziale? Detto fatto! Una traccia, definita “banale” dallo storico Giovanni Sabbatucci, prevedeva, fra l’altro, il commento di un passo di una poetessa-partigiana.

Ampiamente soddisfatti saranno stati anche gli ambientalisti, anche se va dato atto al ministero di avere affrontato il tema prendendolo molto alla larga, chiamando cioè i maturandi a ragionare genericamente sul “valore del paesaggio”. Ovviamente, non si poteva non strizzare l’occhio anche alla diffusa e molto chic diffidenza per l’economia di mercato, che a volte, come è ben noto, sfocia in un convinto anticapitalismo. “E’ il PIL la misura di tutto?”, si chiede retoricamente la taccia assegnata. E non si può non leggervi, in controluce, una strizzatina d’occhio a teorici liberal alla Amartya Sen, da una parte, e addirittura a quelli della cosiddetta “decrescita felice”, dall’altro.

Certo che il PIL non è tutto, ma, se vogliamo misurare la ricchezza economica, ripeto economica, altri indici non sembrano esistere. Non credo che i suoi teorici abbiano mai negato che esistano invece altri tipi di “ricchezza”, altrimenti misurabili, ma questo è un altro discorso che non andrebbe confuso col primo. Molto furbo poi anche il modo di invitare a parlare in senso positivo e acritico dell’immigrazione di massa nei nostri paesi. Invitando i giovani a ragionare sul tema del “confine”, e assimilandolo a quello di “muro”, si è voluto sollecitare proprio quell’ideologia dell’assimilazione senza filtri che continua a restare il riferimento ultimo del nostro progressismo multiculturalista.

La finale benedizione delle tracce assegnate da parte di Matteo Renzi, via twitter, per quel che può valere, ha infine messo una pietra tombale su ogni speranza di rinnovamento culturale. Un percorso che, ahimé, qui proprio non si intravede.

Lingotto, 5 stelle, molestie

Cosa penso delle tracce per l'esame di maturità

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