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“Non so se la scelta di Lo Voi sull’affaire Almasri sia un automatismo, non so se lo sarebbe quella del Tribunale dei ministri, ma le opposizioni non vivano come automatismo la scelta di slittare dalla critica politica a quella penale”. Il monito, sulle colonne di Formiche.net, è di Stefano Ceccanti. Costituzionalista di lungo corso, ex parlamentare del Pd e animatore dell’appuntamento “centrista” di Orvieto attorno al quale si sono concentrate, nelle scorse settimane, molte attenzioni. Cosa resta, di quel percorso e quale futuro per il centrosinistra? Partendo da queste due questioni, il docente della Sapienza puntualizza un concetto: “Le attuali condizioni del centrosinistra sono obiettivamente più difficili di quando, superato lo shock del marzo 1994, si costruì trent’anni fa la coalizione dell’Ulivo”.

Professor Ceccanti, dopo Orvieto e Milano, che cosa ci dobbiamo aspettare dal centro?

Non conosco il centro come soggetto politico. Conosco anzitutto elettori centrali, molti dei quali perplessi di fronte alle tante scelte sbagliate del Governo ma che non trovano ancora una risposta convincente alternativa e che sono tentati dall’astensione. In modi diversi da una collocazione chiara di centrosinistra, entrambi i convegni volevano provare a riconnettersi con questo elettorato.

I due appuntamenti hanno lasciato una traccia che il mondo politico è intenzionato a seguire oppure restano dichiarazioni di intenti?

Non mi aspetto che altri seguano passivamente quanto detto da noi a Orvieto, a partire dalla costruzione di un’efficace difesa europea di fronte alle minacce reali delle autocrazie e dalla necessità di guardare avanti sulle politiche del lavoro anziché puntare a tentare di restaurare invano quello che c’era prima come tenta di fare chi sostiene i referendum sul jobs act, però mi porrei almeno la domanda perché questi due convegni hanno fatto parlare molto. Non sarà perché c’era un eccessivo silenzio autocompiaciuto sul relativo rafforzamento del Pd in un gioco a somma zero col Movimento Cinque Stelle che al momento non rende comunque le opposizioni competitive per il Governo nazionale?

Visto che la vostra area di riferimento è il centro sinistra, parliamo del Pd. Franceschini sostiene la necessità di candidarsi divisi e poi eventualmente unirsi. Cosa ne pensa?

Siccome mancano due anni e mezzo alle elezioni chi ha l’ambizione a fare politica e non a commentare la politica dovrebbe anzitutto dire su quali principi vorrebbe modellare la legge elettorale e la forma di governo, dal momento che le norme vigenti in entrambi i casi non sono soddisfacenti. Se slitta già sulla subordinata, ossia su cosa fare tra due anni e mezzo con le regole vigenti, significa di fatto accettare che esse non debbano essere cambiate. Paradossalmente, ma non tanto, Franceschini ha finito involontariamente per riaprire lui il dossier legge elettorale. Tutto però sembra dominato da un tatticismo immediato: quali norme favoriscono me e sfavoriscono gli altri sulla base della situazione ad oggi? Il nostro sistema soffre già da anni di questi difetti, di “ipercinetismo elettorale compulsivo” come lo chiama il prof. Lanchester. Meglio invece ragionare sul lungo termine e rimettere le cose in ordine logico.

Cosa fare in questo senso?

La prima cosa da fare è riprendere il filo dalla riforma costituzionale della forma di governo.

Perché da quella?

Anzitutto perché nessuna riforma elettorale da sola, se vogliamo un sistema più chiaro e razionale, può eliminare il doppio rapporto fiduciario. Paradossalmente il centro-destra era partito come giusto dalla riforma costituzionale ma non ne aveva poi tratto le conseguenze sul testo: va fatta anzitutto per togliere il doppio rapporto fiduciario che è obsoleto e contraddittorio con qualsiasi forma di premierato. La seconda esigenza è quella di concentrarsi non sulla fissazione dell’elezione diretta, mentre può tranquillamente bastare la legittimazione, la scelta di parlamentari che indicano il premier, o su tutta una serie di automatismi (2 premier soli, no ai tecnici, la sfiducia che porta sempre allo scioglimento) ma su poche norme su scioglimento e sfiducia capaci di funzionare da deterrente per le crisi. Come faceva il testo Salvi della bicamerale D’Alema.

E poi sulla conseguente legge elettorale?

La prima finalità di sistema resta quella individuata da Roberto Ruffilli, il diritto dei cittadini di essere arbitri anche della scelta sul governo che in Italia, a causa dell’indisciplina tradizionale dei partiti a darsi norme convenzionali che rispettino un rapporto stringente tra consenso potere e responsabilità, richiedono formule maggioritarie e coalizioni pre-elettorali con indicazione esplicita dei candidati Premier. Le strade possono essere due: i collegi uninominali che non possono garantire la maggioranza ma che portano più naturalmente a quel risultato o i premi che hanno il vantaggio di predeterminare la disrapppresentatività non andando oltre certe soglie, secondo la giurisprudenza costituzionale, anche se appaiono più artificiosi dei collegi.

E la seconda?

La seconda finalità è quella di stabilire un rapporto più stringente tra candidati ed elettori: le liste bloccate sono delegittimate, ma lo strumento dei collegi uninominali veri (ossia che coprano l’insieme dei seggi, non solo tre quinti come oggi in due Camere diverse con dimensioni troppo grande) resta infinitamente migliore delle preferenze, che metterebbero in competizione su circoscrizioni troppo grandi i candidati dello stesso partito. Già le preferenze per le elezioni della Camera creavano vari problemi sotto il primo sistema dei partiti, ma oggi l’introduzione di alcune tipologie molto generiche di reato come il “traffico di influenze” esporrebbero molto di più il sistema a un’espansione del giudiziario che potrebbe entrare di peso nelle campagne per le preferenze.

Ci sono ancora i presupposti per creare una coalizione larga di centro sinistra che sia davvero competitiva rispetto all’attuale compagine di governo?

Una domanda del genere, fatta due anni e mezzo prima delle politiche, rivela indubbiamente quanto distanti siamo oggi dall’obiettivo, come hanno voluto sottolineare i convegni di Milano e Orvieto. Le condizioni sono obiettivamente più difficili di quando, superato lo shock del marzo 1994, si costruì trent’anni fa la coalizione dell’Ulivo. Le culture politiche del centrosinistra, pur separate per decenni dalla Guerra Fredda, erano più facilmente sommabili allora perché si erano progressivamente avvicinate. Non è invece così semplice sommare gli elettorati delle odierne forze di opposizione perché il M5S è sorto come movimento di opposizione all’intero sistema dei partiti e, anche qualora vi siano intese di vertice, non è detto che il messaggio riesca a passare. Però non esistono trucchi rispetto a un tentativo che va esperito di formulare in positivo un’ipotesi di Governo senza reticenze e avendo un rapporto risolto con le proprie esperienze passate di guida del Paese e di corresponsabilità nelle istituzioni europee. Il passato non è riproponibile, ma siamo chiamati a fare opposizione al Governo Meloni, non a quelli di Renzi e Gentiloni. In questo senso il passaggio referendario sul jobs act, a cui opporsi, sarà un test significativo.

Le opposizioni sostengono che la trasmissione dell’atto al tribunale dei ministri sul caso Almasri fosse un atto dovuto. Lei, in punto di diritto, che idea ha?

Io non penso che le dure critiche politiche, che il governo anche in questo caso si è meritato per una conduzione niente affatto chiara della vicenda, debbano essere spostate sul piano penale. Ci sono delle condotte che possono essere penalmente legittime, che rientrano nella discrezionalità politica, ma che sono gravemente sbagliate nel merito soprattutto quando si elude la responsabilità di spiegare perché si fanno. Se le opposizioni ritengono che in particolare il ministro Nordio abbia seguito una linea elusiva e reticente compiano gli atti parlamentari conseguenti, compresa la mozione di sfiducia e la spieghino al Paese. Come accade in questi casi saranno sconfitte in Parlamento, ma potranno smuovere l’opinione pubblica. Evitino però di rincorrere le iniziative della magistratura. Non so se Lo Voi abbia fatto bene, ci sono tesi diverse, non so neanche cosa farà il Tribunale dei ministri, ma qualora inviasse le carte alla Camera per chiedere l’autorizzazione a procedere, non scelga a priori di votare a favore, andando per forza sulla strada dei reati ministeriali. Non so se la scelta di Lo Voi sia un automatismo, non so se lo sarebbe quella del Tribunale dei ministri, ma le opposizioni non vivano come automatismo la scelta di slittare dalla critica politica a quella penale.

La riforma per la separazione delle carriere dei magistrati si farà?

Tra vari interventi importanti per far funzionare meglio il sistema giustizia, in cui lo status quo è indifendibile, ci sarebbe spazio anche per la separazione, che è la conseguenza logica della riforma costituzionale del 1999 con la quale nell’articolo 111 della Costituzione si è inserita la definizione di “giudice terzo”, come d’altronde sosteneva anche la mozione Martina per il congresso del Pd vinto da Zingaretti. Il punto è che la separazione non va abbinata a forme deresponsabilizzanti di sorteggio per i nuovi Csm, che non hanno senso né per i magistrati né per coloro che debbono essere scelti dal Parlamento.

Ulivo, la ricetta non è più proponibile. Franceschini? Ha riaperto il tema della legge elettorale. Parla Ceccanti

Non è semplice sommare gli elettorati delle odierne forze di opposizione perché il M5S è sorto come movimento di opposizione all’intero sistema dei partiti e, anche qualora vi siano intese di vertice, non è detto che il messaggio riesca a passare. Franceschini ha finito per riaprire il dossier legge elettorale. Tutto però sembra dominato da un tatticismo immediato. Le iniziative del centro? Una risposta all’eccessivo silenzio autocompiaciuto sul relativo rafforzamento del Pd. Colloquio con il costituzionalista Stefano Ceccanti

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